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la donna che ha ucciso il padre 

Dopo il dramma di via Siepe si cerca struttura per la figlia

Dopo il dramma di via Siepe si cerca struttura per la figlia

Il caso non è mai stato nè penale nè giudiziario: fin dal primo momento, fin da quella notte del 28 marzo in cui lei, Anna Frighi, 43enne, aveva accoltellato il padre Gianfranco, 70enne. Sullo sfondo...

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Il caso non è mai stato nè penale nè giudiziario: fin dal primo momento, fin da quella notte del 28 marzo in cui lei, Anna Frighi, 43enne, aveva accoltellato il padre Gianfranco, 70enne. Sullo sfondo c’erano i più che evidenti problemi psichiatrici della donna e non a caso venne subito ricoverata, in stato di arresto, al Diagnosi e cura piuttosto che in carcere. Ora con la morte del padre avvenuto due mesi dopo quella tragica notte, il reato è diventato omicidio, e di fronte all’ordine di custodia pendente, la donna non può più stare nel reparto di Diagnosi e cura, ma in una strtuttura più adeguata al suo ruolo psichiatrico-giudiziario.

Questo il problema del caso, che ieri mattina ha visto i periti medico-legali della procura (Stefano Marinelli) e della difesa (Matteo Tudini) iniziare l’autopsia che dovrà indicare se al morte del padre sia legata a quella aggressione sena freni che portò la figlia ad accoltellare il genitore con una lama di 30 centimetri. Se i risultati della perizia-medico legale arriveranno tra 60 canonici giorni, quelli della perizia psichiatrica, in corso da allora, sono imminenti e in via di deposito: a confronto gli psichiatri, il consulente della procura Renato Ariatti e quello della difesa Amedeo Ciccotti per valutare le condizioni psichiatriche della figlia e indicare se vi fosse una totale o parziale incapacità di intendere e volere mentre aggrediva-uccideva il padre. Ma occorrerà trovare una soluzione alternativa al Diagnosi e cura e al carcere: strutture che per posizioni analoghe sono difficili da trovare dopo che - per fortuna- gli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari sono stati chiusi, ma nel frattempo le strutture alternative, i cosidetti Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) sono pochi e i posti non sufficienti ad ospitare tutti i casi analoghi a quello di Ferrara.

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