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Valle Pega, poco ossigeno in acqua. Nuova strage di pesci

Valle Pega, poco ossigeno in acqua. Nuova strage di pesci

La disperazione dell’acquacoltore che ha perso migliaia di branzini e spigole: «Sono rovinato: da mesi aspetto una risposta per avere una seconda pompa nel mio impianto»

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COMACCHIO. Si dispera Luciano Taddei, dopo aver assistito in meno di 48 ore alla morte di 5mila branzini del suo allevamento in Valle Pega, mentre altrettanti risultano in evidente stato di agonia. Sembra che la morìa di spigole, specie ittica che l’acquacoltore da tre anni alleva all’interno di tre laghetti artificiali in via Capodistria, sia da attribuire al classico fenomeno estivo dell’anossìa.

Mostrando le centinaia di pesci morti che galleggiano in uno dei bacini artificiali, l’uomo non riesce a trattenere le lacrime, perché «sono andati in fumo i risparmi di una vita, quelli dei miei vecchi e sinora ho solo affrontato grandi spese, senza nessun reddito. Anche l'estate scorsa - si sfoga Taddei -, per mancanza di ossigeno sono morti 5mila branzini. Non so più come fare per andare avanti. Avevo fatto tutto questo per assicurare un futuro ai miei figli e, invece, mi ritrovo a mani vuote, con tasse da pagare, spese per mangime, luce, nafta, senza alcun guadagno».

Dopo la morìa di branzini registrata nel giugno 2016, Taddei avvia le pratiche in Provincia per richiedere una seconda pompa, con la quale poter attingere acqua dal canale navigabile, in modo da fornire ai pesci maggiori quantitativi di ossigeno. «A marzo abbiamo sollecitato una risposta agli uffici della provincia - spiega l'acquacoltore -, però l'Arpa ci ha risposto che non era più una loro competenza e per avere un tubo in più che peschi acqua dal canale navigabile qui vicino; ormai sono mesi che aspettiamo».

Le tre vasche con annesso appezzamento di terreno, dove Taddei è stato costretto a riporre i pesci morti, occupano una superficie pari a tre ettari e sono servite al momento da una sola pompa d'acqua del diametro di 125 millimetri, costata ben 6mila euro.

«Manca ossigeno, occorre un tubo di rinforzo - insiste l’uomo -, perché solo immettendo altra acqua i branzini respirano meglio. Ormai stanno per morire anche quelli dell’altra vasca. Tra ritardi e mancate risposte della Provincia e della Regione, sto perdendo tutto il mio investimento».

Taddei affronta mensilmente spese elevate, dal mangime di prima scelta (130 euro al quintale per branzini piccoli), dai 550 euro per l’acqua che la pompa in uso preleva dal canale navigabile, ad altri 500 euro per scaricare successivamente l’acqua in Valle Pega con le turbine, sino alla nafta per tenere in funzione la pompa e alla corrente elettrica, necessaria al dispositivo che muove l’acqua sul fondo delle tre vasche. «Se si mettono una mano sul cuore e mi danno un aiuto entro due giorni - conclude Taddei - i branzini della seconda vasca si possono salvare, ma altrimenti sono costretto a chiudere, dopo che ci ho rimesso tutto. Lo Stato deve intervenire, visto che ho già bussato alla provincia e alla regione. Neppure l’Aipo mi ha risposto».
 

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