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«Una ‘chemio’ più umana con copricapo e trucco» 

«Una ‘chemio’ più umana con copricapo e trucco» 

L’esperienza di Federica Bighi, che si è ammalata in Inghilterra di tumore al seno Ora vive a Ferrara e collabora con la Lilt: la paziente può avere una vita sociale

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«Le persone ammalate sono tante, sì. Ma non se ne ha la percezione. Spesso le puoi incontrare solo in ospedale perché durante la terapia si “nascondono”, preferiscono non uscire di casa». Federica Bighi, ferrarese, chimica, è una di loro. Un anno fa, mentre si trovava in Inghilterra, ha scoperto di avere un tumore al seno. Ha iniziato a curarsi oltre Manica, da poco è tornata a Ferrara dove continua a sottoporsi al follow up e dove ha avuto la conferma, parlando con i pazienti, il personale dell’Oncologia del Sant’Anna e con i responsabili della Lilt, l’associazione che promuove la lotta contro i tumori, che uno dei fattori che possono trasformare l’ammalato in un recluso è legato al suo aspetto fisico.

La chemioterapia combatte il cancro ma lo fa senza badare a spese, segnando il corpo, il volto e la mente del paziente con gli effetti collaterali prodotti dall’assunzione dei farmaci: dalla perdita dei capelli all’affaticamento, al dolore. Che si aggiungono ai sintomi che accompagnano lo stato della malattia e la sua evoluzione. «Per molte donne la calvizie temporanea che si associa al trattamento con i farmaci e la condizione di debilitazione rappresentano un’autentica e insuperabile barriera per il proseguimento della loro vita sociale durante la chemioterapia», osserva Federica Bighi.

Lei ha fatto tesoro di quanto ha visto e ha vissuto in Inghilterra, dove ha deciso di portare a Ferrara la sua esperienza. Da mesi, dopo essere entrata in contatto con la segretaria Paola Di Paolo, collabora con la Lilt nel tentativo di poter contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone ammalate: mostra i cappellini eleganti che si possono indossare per nascondere l’alopecia al posto della parrucca, del foulard o della bandana, che spesso sono solo una “copertura” rimediata nei cassetti di casa, e spera di poter proporre alpazienti anche sedute dedicate al trattamento estetico. Un impegno che passa attraverso la Lilt e di cui si stanno mettendo a punto i dettagli in queste settimane. «Sarà un servizio gratuito, se si vuole si potrà dare un contributo alla Lilt - sottolineano Federica Bighi e Sergio Gullini, presidente di Lilt Ferrara - un’azione di supporto, compassionevole e mirata sul benessere della persona. Speriamo di poter collaborare al più presto col reparto di Oncologia di Ferrara e di poter essere vicini alle persone in un momento veramente critico della loro vita».

I cappellini che mostra oggi Federica Bighi li ha ricevuti in regalo in Inghilterra, dove «si presta un’attenzione meticolosa allo stato psicologico del paziente». La quarantasettenne ferrarese, esperienze lavorative pregresse nei laboratori di chimica e con interessi nel campo dell’arte (pittura, fotografia), è sposata con un ricercatore epidemiologo e non ha una vocazione stanziale. «Nella mia vita ho traslocato 12 volte», racconta. Nel 2003 è volata a Baltimora (Usa) assieme al marito, poi si è trasferita per sei anni a Roma e ad Aprilia. Per un anno, nel 2012, è rientrata a Ferrara prima di riprendere l’aereo: verso Exeter, nel Regno Unito.

Lì ha conosciuto la sanità inglese quando si è ammalata, nel 2016. «La prevenzione primaria in Inghilterra non esiste per come la conosciamo in Italia - afferma Federica Bighi - puoi chiedere esami diagnostici, anche nel settore privato, solo attraverso il filtro del medico di famiglia e quando sono comparsi sintomi associabili a una patologia. È un sistema diverso, che presenta carenze rispetto al modello italiano. Le cose cambiano però quando entri in un percorso diagnostico. Il sistema si mostra accogliente e umano, riserva un trattamento improntato all’empatia e all’attenzione per le esigenze del malato». In Inghilterra Federica Bighi è stata operata due volte. Da pochi mesi vive a Ferrara, dove è in contatto con l’Oncologia ospedaliera. «Quando hanno saputo che tornavo in Italia - conclude - mi hanno donato i cappellini inglesi da distribuire ai pazienti, inoltre abbiamo in corso contatti con lo Ial, istituto professionale, per organizzare una sorta di servizio cosmetico per le pazienti. Si può avere una vita sociale anche se si è gravemente ammalati. Questo ho imparato ed è il messaggio che vorrei trasmettere». (gi.ca.)



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