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«Carife, falsità e omissioni  Il vertice ingannava il Cda» 

di Daniele Predieri
L'assemblea del maggio 2011 per la decisione di aumento di capitale
L'assemblea del maggio 2011 per la decisione di aumento di capitale

La richiesta di archiviazione per 44 indagati diventa un atto d’accusa sui dirigenti.  Ecco i motivi per cui la procura ha deciso il processo solo per 12 ex amministratori. E perchè chiede di escludere Fondazione per "insufficienza di prove"  

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FERRARA. Per 12 ex vertici e tecnici di vecchia Carife e amministratori di altre banche, Valsabbina e CariCesena, è stato chiesto il processo per il crac legato all’aumento di capitale da 150 milioni, varato nel 2011, e sulle loro posizioni dovrà decidere il giudice Piera Tassoni all’udienza che si celebrerà da metà settembre in poi. Per gli altri 44 indagati, coinvolti nell’inchiesta durata oltre due anni, invece, la procura ha depositato le richieste di archiviazione che dovranno essere valutate davanti al giudice Monica Bighetti: richieste di archiviazione che diventano, di fatto, atti di accusa contro i 12 ex vertici di Carife, ora a processo.

Infatti, i pm dell’inchiesta, Longhi e Cavallo con la supervisione dell’ex procuratore Cherchi, hanno chiesto l’archiviazione perché hanno ritenuto membri di cda e collegio sindacale non coinvolti nei reati contestati legati al crac dell’aumento di capitale, perché, di fatto, ingannati dagli stessi vertici della banca. «In sostanza – scrivono i magistrati – nessun addebito può essere formulato nei confronti di consiglieri e sindaci di Carife, i quali come accertato dalle indagini sono stati privati, analogamente a quanto avvenuto rispetto agli organi di vigilanza, degli opportuni strumenti conoscitivi utili ad evitare la consumazione della condotta delittuosa». Insomma, cda e collegio sindacale non potevano sapere, perché a tutti loro venivano presentati dati truccati, falsi, prospettazioni fuorvianti.

Sullo scambio di azioni tra Carife, Valsabbina e CariCesena che ha portato gli inquirenti a contestare il crac per patrimonio fittizio, spiegano gli inquirenti, «al cda di Carife non è stato descritto il carattere reciproco (reato perché porta ad un patrimonio fittizio, ndr) delle sottoscrizioni di azioni, e comunque non sono stati messi in evidenza elementi di criticità tali da far prospettare a consiglieri e sindaci l’illiceità degli acquisti: al contrario – sottolineano gli inquirenti – veniva enfatizzata la vantaggiosità dell’operazione, in un’ottica di rafforzamento dei rapporti di collaborazione tra i vari enti (banche, ndr)».

Dunque, nel dover archiviare le posizioni di 44 persone, i pm hanno dovuto sottolineare le accuse selezionate contro i 12 per cui ora chiedono il processo: responsabili di aver costruito uno scenario non reale di “sostanziale tranquillità”, all’esterno verso i possibili azionisti e all’interno, ai membri di cda e collegio sindacale «non adeguatamente edotti della portata delle operazioni e sprovvisti dei necessari strumenti informativi per una corretta valutazione delle operazioni loro sottoposte». Ingannati, poiché la mole di riscontri e testimonianze autorevoli «consentono di appurare – sintetizzano gli inquirenti – che gli aspetti di criticità segnalati in ordine a falsità e omissioni del prospetto (informazioni sulle azioni, ndr) risultano intrecciate alla rappresentazione all’autorità di vigilanza e al cda di elementi non corrispondenti alla realtà ovvero all’occultamento di fatti materiali».

Altre posizioni da chiarire, però, sono quelle degli ex vertici di Fondazione Carife: per loro l’archiviazione non è “piena” come per il cda, ma per “insufficienza di prove”, poiché mancano i riscontri per portare a processo Pietro Puglioli e Guido Reggio: «Non risulta sufficientemente provata la condotta di concorso morale o materiale in bancarotta fraudolenta». Fondazione avrebbe dovuto garantire la copertura nel caso non si fosse raggiunta la quota dei 150 milioni, ma Carife scelse di non esporla, optando per lo scambio fittizio di azioni: «il fatto che Carife si sia attivata per preservare il socio di maggioranza dall’esborso di risorse non appare elemento per provare la condotta illecita (il concorso, ndr)».


 

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