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L’ESTATE DEI WATUSSI E DELL’ADDIO A MARILYN 

L’ESTATE DEI WATUSSI E DELL’ADDIO A MARILYN 

C'è desiderio di spensieratezza e desiderio di ballare: sono gli anni dei balli nuovi, twist e hully gully. Il 1962 è l’anno in cui Beatles e Rolling Stones iniziano la loro straordinaria carriera...

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C'è desiderio di spensieratezza e desiderio di ballare: sono gli anni dei balli nuovi, twist e hully gully. Il 1962 è l’anno in cui Beatles e Rolling Stones iniziano la loro straordinaria carriera musicale. C’è fame di musica. Alla domenica la gente affolla i bar e prende d'assedio il juke-box, per ascoltare ma anche per ballare. Al mare e in città. Sono gli anni di Peppino di Capri, con Let's twist again e di Edoardo Vianello che anno dopo anno sforna successi "balneari" sensazionali : nel film "Il sorpasso", diretto da Dino Risi ed interpretato da un esuberante Vittorio Gassman, fanno da sfondo musicale Guarda come dondolo e Pinne, fucile ed occhiali. A queste si aggiungano Abbronzatissima, I Watussi, il Peperone e, l’anno dopo, La partita di pallone e Sul cucuzzolo della montagna, cantate da una emergente Rita Pavone e avremo un quadro abbastanza completo sia della creatività esplosiva di Vianello, sia dei gusti degli italiani in quel momento. Alla guida della RCA c’era Vincenzo Micocci, che seppe miscelare con sapienza gli ingredienti di cui disponeva: Ennio Moricone come arrangiatore e Carlo Alberto Rossi come paroliere. La musica italiana è internazionale, grazie a organizzatori di grandi capacità, come Gianni Ravera, patron del Festival di Sanremo. Per non parlare dei cantanti: Claudio Villa e Domenico Modugno in primis, ma non dimentichiamo il grande successo al festival di Sanremo del 1962 di Tony Renis che fa subito il giro del mondo con Quando quando quando.

Nel 1962 avevo otto anni e facevo la terza elementare. La scuola aveva due ingressi, uno per i maschi e l’altra per le femmine. Intorno vi era un bel giardino, dove giocavamo a cut ( nascondino), cors a dré ( rincorrersi) altotèra (rimpiattino); quando il maestro ci portava fuori in orario di lezione, eravamo più controllati e non scatenati come durante l’intervallo; allora giocavamo a bandiera o a fazoleto peo peo, tutti seduti in cerchio e chi era sotto girava intorno al gruppo in cerchio e lasciava cadere un fazzoletto dietro a un compagno che, appena se ne accorgeva, scattava in piedi e correva nella direzione opposta per arrivare prima al suo posto altrimenti l’avrebbe perso e toccava a lui fare il giro. Fazoleto peo peo/ se te trovo te darèo/ se te trovo int un canton/ te darèo un scupazón.

Mentre giocavamo il maestro prendeva il caffè che gli preparava la bidella, che abitava nella scuola. Ricordo che quella bidella, che era la mamma di un mio compagno, Renzo, venne sostituita da un uomo, Rodolfo. Un tipo alto e magro, ma robusto, che nella mano destra aveva solo tre dita. Il bidello doveva occuparsi dei lavori nella scuola e di provvedere al riscaldamento. In ogni aula, enorme che poteva contenere più di quaranta bambini, aveva in un angolo la mitica Becchi, la stufa a legna di terracotta rosa-arancione.

I banchi erano di legno, due posti in un blocco unico comprensivo di sedile stile panchina, con il foro del calamaio, che il bidello doveva tenere sempre pieno di inchiostro. Ovviamente scrivevamo con la canéta, e il pennino color oro che intingevamo nel calamaio. La carta assorbente era la nostra unica ancora di salvezza per asciugare l’inchiostro sulla pagina appena scritta, tuttavia i nostri quaderni erano sempre pieni di baffi e segni e piccoli pasticci, a cui cercavamo di porre rimedio con la gomma, che però faceva dei buchi terribili sulla pagina, delle voragini, dove sprofondava la nostra autostima.

Giovanni Calza

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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