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il vangelo di oggi 

«Ospitalità vuol dire amore per la vita»

Tratto dal secondo libro dei Re l’episodio narrato nella prima lettura della liturgia della Parola di questa domenica è tra i meno conosciuti del testo biblico ma tra i più efficaci nello svelarci il...

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Tratto dal secondo libro dei Re l’episodio narrato nella prima lettura della liturgia della Parola di questa domenica è tra i meno conosciuti del testo biblico ma tra i più efficaci nello svelarci il nesso profondo e consequenziale tra accogliere e generare.

Il profeta Eliseo, nel compiere la missione ricevuta dal Signore di annunciare la sua parola, è accolto e ospitato in casa di gente di altra fede rispetto la sua ma che ugualmente conosce e vive l’umano linguaggio della solidarietà in virtù della quale viene ricompensata con la benedizione della nascita di un figlio. Ospitare è dare la possibilità che la vita continui e generare è la vita che ci dà la speranza di continuare; in questo binomio di grazia qualsiasi ospite e qualsiasi creatura che viene al mondo è sacra per natura!

Vivere è creare una storia la quale diventa memoria ed il prolungarsi di ogni vita in quanto tale offre così all’uomo l’occasione di “cantare in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione”, perché, in fondo, come dice il salmista, è questa la cosa più bella della vita: vivere nella lode, nella gioia, nella libertà e, comunque, in Dio; solo in Lui ogni ricordo diventa memoriale della divina fedeltà all’uomo che, in questo mondo è perennemente ospite e tuttavia figlio suo.

Per questo Paolo esorta i membri della sua comunità a mantenersi saldi alla partecipazione alla morte di Cristo - atto supremo e sintesi della sua missione salvifica - partecipazione che, per essere piena, deve passare dalla stessa vita del maestro, adottandone il suo stile di vita ma soprattutto la fede dalla quale non può essere disgiunta; questa è la fede stessa della Chiesa, motivo della gioia pasquale è memoriale efficace e attuale di Cristo.

Saldi alla partecipazione della morte di Cristo vuol dire compiere delle scelte, radicali a tal punto da mettere in discussione anche i legami più stretti; per compiere vere scelte, dunque, ci è necessaria una grande battaglia interiore, perché ciascuna di queste attribuiscono responsabilità e sono sempre gravide di conseguenze!

Il brano del Vangelo di Matteo alleggerisce il tono grave e deciso del pensiero paolino, confermandone tuttavia la sua opportuna e corretta esposizione; Gesù stesso, concludendo il discorso con il quale manda i suoi discepoli in missione, raccomanda loro non tanto di ripudiare un riconoscimento parentale al fine di fidarsi solo di Dio, ma di non sentirsi legati ad alcuna condizione di diritto generativo la quale negherebbe al discepolo la possibilità sia di sentirsi bisognoso di ospitalità umana e sia di riconoscersi figlio unicamente di quel Signore che, nel mandato, lo unisce a Lui inserendolo nel suo libero progetto salvifico.

Le parole di Gesù esigono una risposta radicale tanto quanto è fondamentale, per il cristiano, la testimonianza della sua vita; il bene che si fa, qualsiasi esso sia, non è mai banale.

Neppure il dare un bicchiere d’acqua a chi lo chiede può giustificarsi nella semplice reazione gentile e scontata di educazione, ma per il discepolo essa è occasione sensata di fede e quindi di testimonianza dell’amore a Dio e al prossimo: anche Gesù in Croce ha chiesto da bere ed un educato soldato ha dato a lui acqua e aceto!

Don Saverio Finotti



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