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LA DOMENICA

Il sindaco, l'accoglienza e i cantieri

di LUCA TRAINI
Tiziano Tagliani sindaco di Ferrara
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Tiziano Tagliani sindaco di Ferrara

Intervista a tutto tondo a Tiziano Tagliani che risponde alle domande del direttore della Nuova Ferrara

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FERRARA. La via emiliana all’accoglienza passa da un’ospitalità diffusa, con i richiedenti asilo sistemati sull’intero territorio, in piccoli gruppi. Funziona a patto che ciascuno faccia la sua parte, e non è così. Sotto il peso dei no e dei distinguo di troppe amministrazioni il banco che già traballa rischia di saltare. Presto. Lasciando spazio a soluzioni emergenziali, campi di tende e di casette. Perché è chiaro che non saranno le porte chiuse a fermare gli sbarchi e ad impedire gli arrivi. Sintesi nostra, concetti e stoccate del sindaco Tiziano Tagliani che con la Nuova fa il punto dell’azione amministrativa. Partendo dal tema più caldo.


Nel solo mese di giugno sono sbarcati in Italia 23mila migranti, mille in più dello scorso anno, che hanno portato la somma del primo semestre a superare le 83mila unità. Siete chiamati ad un ulteriore, complicato sforzo in termini di accoglienza.


«Le soluzioni più facili ed immediate sono già state utilizzate. Con la pressione dei continui sbarchi, trovare nuovi posti diventa ogni giorno più complicato, per questo è importante la collaborazione di tutti gli enti locali. Se la Prefettura, che è la regista dell’operazione, incontra interlocutori ben disposti può ridurre l’impatto dei nuovi arrivi, altrimenti si finisce con il mettere ulteriori carichi sulle spalle di chi già accoglie».


Ferrara accoglie già molto


«In linea con la media dei capoluoghi emiliani e romagnoli, e meno di alcuni come Modena».


Ma su base provinciale, i numeri sono decisamente sbilanciati sulla città.


«Sì».


La situazione può essere riequilibrata? Dalla prefettura continuano ad arrivare appelli in quella direzione, ma nulla più.


«Avere di fronte una resistenza istituzionale rappresenta per tutti una difficoltà, anche per lo Stato. Ma proprio per questo credo ci dovrebbe essere maggiore responsabilità da parte dei sindaci e delle amministrazioni.Nel momento in cui comunque il sistema nazionale porta il nostro territorio ad accogliere al ritmo di qualche decina di persone alla settimana, il carico deve essere ripartito equamente».


I suoi colleghi dell’Alto Ferrarese oppongono la moratoria sisma: sostengono di essere esentati dall’accoglienza perché ancora alle prese con i problemi del post terremoto.

«Nell’Alto Ferrarese c’è qualcuno che addirittura convoca le cooperative invitandole a non ospitare. Se io mai intervenissi su un’impresa legittimata a partecipare ad un appalto, dicendogli di non farlo, di occuparsi d’altro, la Procura avrebbe qualcosa da ridire. Ma evidentemente nell’Alto Ferrarese ci sono criteri di valutazione diversi»


Alternative?


«Non ce ne sono. Se non c’è collaborazione si arriva a soluzioni emergenziali: alle tendopoli e ai container, all’utilizzo di aree abbandonate. Che è un modello pericoloso e che non ci appartiene».


Ne fa una scelta di campo…


«E’ il modello veneto quello che mette cinquecento o mille richiedenti asilo in un unico contesto, quello che sceglie di ammazzare una comunità per salvare tutte le altre, non il nostro. Noi abbiamo scelto di offrire un’accoglienza frammentata sul territorio. Ci impegna molto di più come amministratori perché prevede una presenza e risposte capillari, ma lo riteniamo giusto proprio perché non ci ha fatto sacrificare né un quartiere, né un paese, né un comune».


Ha detto che è un modello pericoloso, oltre che ingiusto. Sotto quale aspetto?


«Concentrare grandi numeri produce un terreno in cui la criminalità organizzata e l’estremismo radicale possono attecchire. Se non si troveranno altri posti e dovremo montare le tende e far arrivare le casette prefabbricate per centinaia di persone, avremo campi in cui non ci potranno essere la possibilità di lettura delle dinamiche interne e le capacità di riconoscere eventuali percorsi di devianza criminale o estremistica che oggi abbiamo nelle realtà piccole. Un gruppo di dieci migranti, inserito in un contesto di paese o di quartiere, resta sotto controllo. Si tratta di una situazione che garantisce il rispetto dei due principali diritti che sono in gioco».


Quali?


«Il diritto dei richiedenti asilo ad essere accolti secondo le leggi internazionali e il diritto dei residenti a veder tutelata la propria serenità e salvaguardato l’accesso ai servizi e agli spazi pubblici. L’accoglienza non sopprime i diritti dei residenti, anzi: rende noi più impegnati ad essere attenti a quelle realtà che accolgono».


C’è un limite oltre il quale la città non potrà più accogliere?


«Un limite c’è, ma non è un dato numerico. Se fosse solo una questione di cifre e di percentuali, dovremmo essere onesti fino in fondo e riconoscere che alcuni Paesi europei, dalla Germania alla stessa Francia, alla Spagna, hanno un rapporto tra immigrati e popolazione storicamente residente molto più alto del nostro. Noi, con tutti i richiedenti asilo, stiamo dando molta meno “accoglienza” di loro».


Allora qual è il tema?


«Il focus è sulla capacità che una comunità ha di assorbire in termini di integrazione, in un sistema che parte dalla casa e dal lavoro. Le realtà italiane mostrano limiti evidenti proprio in questi campi, nella sfida di trasformare la presenza in risorsa, per usare il termine su cui spesso si fa ironia sul web».


“Le risorse di Tagliani” o “Le risorse del Pd”, alternativamente, sono commenti che mai mancano sotto le notizie che hanno gli stranieri per protagonisti in negativo.


«Proprio quelle. Ma in tutte quelle notizie il problema non viene dai richiedenti asilo che stanno oggi nei centri di accoglienza ma viene dalle persone che bighellonano, che stanno senza far nulla per giornate intere e che finiscono per essere alla mercè di criminali, come manovalanza nello spaccio e nella prostituzione».


Sta raccontando la Gad…


«I problemi della Gad non sono dati dai richiedenti asilo. Non ci sono richiedenti asilo alla Gad: io mi sono opposto a che potessero essere sistemati lì, proprio perché sul fronte dell’integrazione quella realtà ha un problema evidente. E lì dovrà essere misurata la nostra capacità di dare risposte ai residenti».


Uno dei direttori di Sgr Investimenti, la società di Cdp che ha sottoscritto gran parte dell’impegno sul Palaspecchi, intervenendo in un convegno romano, ha indicato il “social housing” come una possibile risposta sul medio lungo periodo alle questioni abitative dei migranti. La Lega vi ha letto la possibilità che anche il Palaspecchi finisca per ospitare profughi. E’ un’eventualità?


«No. E’ un’ipotesi assolutamente esclusa. La Lega fa una astrazione decontestualizzata e quindi arbitraria, che non ha alcun fondamento per ciò che riguarda la nostra realtà. Per il Palaspecchi sono già previsti sia criteri di selezione degli utilizzatori, sia il soggetto gestore, l’Acer. Quasi la metà dei 220 appartamenti sarà oggetto di vendita e va dunque escluso che vi possa essere un uso in tal senso, anche provvisorio, e per le altre unità abitative si parla di edilizia sociale, di famiglie capaci di pagare un canone».


E' sicuro di trovare acquirenti per i cento appartamenti, con la crisi che perdura?


«Il mercato ha fatto il suo mestiere. La sovrabbondanza di offerta che effettivamente c’era ha portato ad uno stop di fatto dell’attività edilizia dal 2007; nuove realizzazioni di alloggi non ci sono state e quindi la grande disponibilità che c’era è stata pian piano erosa dal mercato residuo. Gli studi di Nomisma ci dicono che esiste una frazione di mercato che è interessata a quel tipo di offerta abitativa».


L’Acer ha un investimento milionario nella partita. E’ un impegno che toglie risorse alle manutenzioni dell’esistente? Troppo spesso scriviamo di alloggi popolari dichiarati inagibili in provincia per infiltrazioni, cedimenti, crolli…


«No, per le manutenzioni dell’edilizia residenziale pubblica c’è a bilancio una quota vincolata. I problemi che ha l’Acer sull’esistente sono piuttosto legati all’età mediamente alta degli edifici e aggravati dalla morosità che cresce in maniera considerevole. E’ la morosità il fattore che riduce le capacità di intervento dell’azienda. L’investimento dell’Acer sugli Specchi, tra l’altro, è in parte coperto da un accordo di mutui che ha fatto l’amministrazione comunale sul complesso di via Bianchi. Credo che l’azienda condivida con me, così come lo condivide la Regione, che i problemi abitativi vadano risolti soprattutto con le riqualificazioni e non nuove costruzioni: tutte le nuove risorse o le risorse aggiuntive che possano venire da fondi regionali e nazionali andranno dirottati sulla riqualificazione dell’edilizia esistente. Il Barco ne è un esempio».


Ma torniamo agli Specchi. Dunque, niente migranti?


«Capisco che diamo fastidio per aver risolto il problema, capisco che chi pensava di bloccare l’iniziativa possa esserci rimasto male, ma al Palaspecchi non c’erano 150 immigrati dentro prima, non abbiamo intenzione di metterceli noi. Un’ipotesi del genere non solo non è agli atti, ma non è mai stata neppure ventilata. E in ogni caso non mi sembrerebbe quello il quartiere più adatto».


E’ sindaco da otto anni. Quali altri problemi ha risolto?


«Ho cominciato la prima legislatura con 14mila persone che si dichiaravano contro lo spostamento dell’ospedale a Cona; oggi se noi non avessimo quel polo, non ci riferiremmo più alla sanità chiamandola Sant’Anna, ma dovremmo appellarci a San Luca, dipenderemmo da Bologna. Se non avessimo quell’ospedale, oggi non avremmo nessun ospedale. E i temi dell’epoca, il fossato allagato, gli incendi, le periodiche cadute delle controsoffittature, hanno invece lasciato il passo ad una progressiva riqualificazione dell’offerta sanitaria fino ad arrivare alle decine di assunzioni di personale che l’azienda ha previsto. Quello che avrebbe dovuto essere il preludio alla tragedia con infartuati lungo via Comacchio tutti i giorni, è diventata invece l’ancora di salvezza della nostra sanità».


Con un’impennata di uso degli elicotteri di soccorso, al posto delle autoambulanze…


«Una scelta regionale. Del resto la riduzione dei presidi ospedalieri attrezzati, sul territorio regionale, fa sì che l’eliambulanza sia diventata un mezzo comune».


Stava tracciando un bilancio. Come lo completa?


«Con l’asilo di via del Salice, che era l’emblema di una scelta sbagliata e che oggi offre un servizio di altissimo livello. Con la viabilità: il ponte su via del Lavoro sbloccato, la tangenziale Ovest, il sistema di rotonde sulle strade secondarie che viene da tutti apprezzato. Con la riqualificazione di spazi urbani come piazza Trento Trieste, piazzale Revedin o la piazza di Ponte. Abbiamo portato il governo a firmare un protocollo che ha rimosso i vincoli sul Verdi che può finalmente ripartire. Riconsegneremo la palazzina del Mof e inaugureremo entro la primavera una nuova biblioteca per bambini a Casa Nicolini. Abbiamo dato il via a gran parte degli interventi sugli immobili pubblici colpiti dal sisma, tra cui i cantieri dei Diamanti, di Schifanoia e di palazzo Massari. C’era un appalto per 76 alloggi di edilizia residenziale pubblica a Ponte che era fermo, a livello delle fondazioni, e da anni ormai lo stabile è abitato. Abbiamo portato a termine l’intervento di via Gustavo Bianchi, e anche lì ci sono quaranta appartamenti che sono stati già praticamente tutti riempiti».


Cosa resta da fare?


«Dal punto di vista dei lavori pubblici rimangono gli impegni che abbiamo sulle ciclabili, a partire da quella per Cona, dal completamento fino a Chiesuol del Fosso della pista di via Bologna e da quella in fregio a via Copparo. C’è poi il tema della metropolitana di superficie che è uno di quegli interventi che sono attesi dalla città da molto tempo per le ripercussioni negative per il traffico che il passaggio a livello su via Bologna crea; è un intervento della Regione che ci siamo impegnati a far ripartire entro la fine dell’anno».


Soltanto cantieri?


«No, certo. Proprio in questi giorni, ad esempio, stiamo predisponendo un intervento da 140mila euro sul quartiere Giardino per la sicurezza, utilizzando a pieno le possibilità introdotte dal decreto Minniti, anche il daspo urbano. Siamo in fase di variazione di bilancio».


Avrete da spendere anche i diciotto milioni intercettati con il piano di riqualificazione dell’area tra la Darsena, il Meis e il Mof.


«L’impegno mantenuto dal governo sulla riqualificazione urbana ci consente di intervenire pesantemente in un’area strategica, a ridosso del centro, valorizzando anche la presenza del Meis».


E due milioni di euro sono arrivati per il grattacielo.


«Sì, ed è un tema complicato. Perché due milioni di euro sono tanti per un intervento nostro, ma non sono risolutivi. Ci muoveremo coinvolgendo i proprietari, aprendo una riflessione sui ciò che può fare un’amministrazione, senza escludere nessuna delle eventualità».


E’ un dente cariato, in posizione strategica…


«Negli anni Cinquanta e Sessanta poteva essere un simbolo di futuro, ma nella nostra città è prevalso un modello di sviluppo urbanistico completamente diverso. Il grattacielo è rimasto una struttura isolata e senza rimandi ad esclusione, forse, della Darsena e del Palaspecchi - e non è un caso che parliamo di due fallimenti imprenditoriali. La vocazione urbanistica di questa città è diversa. Non siamo Verona o Bologna».


Suona come la premessa all’intervento che state provando a strutturare. E’ così?


«Quando abbiamo chiesto il finanziamento, era il momento di maggiore crisi del grattacielo, si rischiava persino la chiusura delle utenze e ci portammo avanti con una proposta nuova. Oggi non ci sono più quelle condizioni perché il condominio ha in parte risolto i suoi problemi, però non credo che sia opportuno, né utile, pensare che il problema sia risolto. Tutt’altro. Penso sia doveroso avviare una riflessione con i proprietari e con gli inquilini al fine di verificare se non ci siano strade che portino ad una soluzione definitiva, anche con un intervento coraggioso».


Oltre che un amministratore, lei è anche un uomo politico. Il suo Pd appare in fibrillazione, a Roma come a Ferrara, anche per le manovre più o meno ortodosse di chi aspira ad essere candidato. Come la vede?


«Mi lasci intanto dire che la quantità di problemi risolti dalla squadra di governo della città è stata straordinaria, in relazione alle risorse date e al momento di crisi. Il che dimostra una capacità di lavoro e di governance della città secondo me assolutamente da apprezzare».


Senza modestia…


«Lo dico perché non mi piacciono le finte modestie. Credo però che il dibattito attorno al Pd stia correndo un rischio significativo, quello di sorvolare sui risultati che dovremmo invece vantare. A livello nazionale le importanti realizzazioni del governo Renzi e del governo Gentiloni, scelte normative che si attendevano da decenni; a Ferrara il lavoro enorme che è stato fatto, anche insieme ai consiglieri comunali e alle forze di maggioranza, elemento che spesso si dimentica di sottolineare. Ci si perde dietro alle problematiche successorie e di filiera, mentre lo strumento che offre le maggiori garanzie di arrivare serenamente alla nuova legislatura, è riuscire a valorizzare i risultati raggiunti. Occorrono maggiore coesione, unità di intenti, e voglia di dimostrare che questa è una squadra che ha lavorato unita. Soprattutto guai a dare per scontato il risultato elettorale, tanto meno alle prossime elezioni».


Affermazione significativa.


«Oggi men che mai possiamo essere tranquilli e sereni. I ballottaggi hanno dimostrato di premiare il “tutti contro chi governa” rispetto alla scelta oggettiva e meditata sulle capacità di governare, bene o male».


Prima delle Comunali ci saranno le politiche, al più tardi nella primavera del 2018. Valuta la possibilità di candidarsi dimettendosi in anticipo, o si sente vincolato dall’impegno preso con la città sino al 2019?


«Rispondo molto serenamente che ho la grande ambizione di vedere completate tutte le cose che ho messo in cantiere. Anche solo questa soddisfazione è una cosa che mi ripaga ampiamente delle fatiche e delle angustie di questi anni. Sto vedendo una città che cambia in meglio ma che ha fortissime resistenze interne ed anche per questa ragione penso che il mio traguardo sia il 2019».
Luca Traini
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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