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«I forestieri più esposti a sfruttamenti e abusi»

«I forestieri più esposti a sfruttamenti e abusi»

Cavallini (Uila): sulla carta il costo è lo stesso, ma nella realtà non sempre è così L’agricoltore di Gavello ci chiami, di italiani ne mandiamo a camionate

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«L’agricoltore di Gavello ha parlato in buona fede, ma le cose non stanno così. Gli basta fare una telefonata ai Cenri per l’Impiego e sindacati, e di lavoratori italiani ne mandiamo a camionate».

Mirko Cavallini, segretario provinciale Uila-Uil, contesta alla radice i ragionamenti dei rappresentanti delle associazione professionali agricole sulla “latitanza” degli stagionali italiani dalle campagne ferraresi. «Poteva essere vero nei primi anni Duemila, quando vennero creati strumenti ad hoc per sopperire alla carenza di manodopera, ma quel processo è finito da tempo. La crisi ha prodotto un gran numero di disoccupati disposti a lavorare nel settore agricolo, ogni anno riceviamo centinaia di curricola. Dirò di più: tante volte chiamiamo aziende o associazione agricole per capire se ci sono possibilità di impiego, incontrando molti ostacoli».

Il problema, secondo Cavallini, è la necessità di regolare il mercato del lavoro: «Come Uila abbiamo avviato in questo senso un percorso con le associazioni datoriali puntando sullo strumento degli avvisi comuni. Il fatto è che, se in teoria gli italiani e gli stranieri costano uguale, nella pratica un lavoratore straniero costa meno e fa più comodo. Perché è più soggetto a essere penalizzato da interpretazioni arbitrarie delle norme. Prendiamo le tariffe sulla raccolta: due euro all’ora in più per coloro che hanno maturato 170 euro di lavoro. Bene: ma chi lo stabilisce? Chi me lo dimostra? Nessuno. Quindi gli stranieri frequentemente restano nella fascia più bassa, e molto più spesso sono più disposti rispetto a un italiano a continuare a lavorare all’interno di quella tariffa più bassa. E questo vale per ogni altro diritto contrattuale».

La sottoscrizione degli avvisi comuni (intesa tra le parti sociali che, in un'ottica di sussidiarietà, concorre alla definizione di un quadro di regole), ricorda Cavallini, avvenne coinvolgendo anche le istituzioni. «C’era proprio Stefano Calderoni, oggi presidente Cia, a ricoprire il ruolo di assessore provinciale all’Agricoltura. E oggi i suoi ragionamenti sul ricorso alla manodopera straniera mi stupiscono non poco, perché li trovo contraddittori rispetto al percorso sulla regolamentazione del mercato del lavoro che aveva intrapreso con i sindacati».

Cavallini osserva poi che, a fronte di un aumento delle giornate lavorate (quasi 1 milione e 300mila) si sia ridotta la quota media di ore svolte pro capite. Spia, aggiunge, non solo di una maggiore parcellizzazione di stagionali: «Dopo l’approvazione della legge sul caporalato, (la 199 del 2016) abbiamo coinvolto l’Inps e gli enti territoriali per poter svolgere verifiche sulla corrispondenza tra fabbisogni e ore di lavoro denunciate, per incidere sulle sacche di semisommerso che continuano a esistere».

Sarebbe opportuno, conclude, «pensare a un codice etico per le aziende agricole che non riguardi solo i prodotti bio o i metodi di lavoro rispettosi dell’ambiente, ma anche l’impiego di personale assunto in regola. E bisognerebbe anche sensibilizzare i consumatori all’acquisto etico, renderli consapevoli che dietro alla frutta che mettono in tavola può anche esserci una situazione di sfruttamento». (a.m.)

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