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«Per gli italiani l’agricoltura è soltanto un impiego-tampone»

«Per gli italiani l’agricoltura è soltanto un impiego-tampone»

I dirigenti di Upa e Cia confermano: la metà degli stagionali è composta da manodopera estera La crisi ha richiamato molti disoccupati locali: «Ma appena trovano un’altra occasione, se ne vanno»

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Nel Ferrarese circa la metà della manodopera stagionale agricola è straniera, sia perché gli italiani sembrano meno propensi a mansioni faticose come la raccolta di fragole, cocomeri e meloni, sia perché gli stranieri garantiscono maggiore continuità nel corso della campagna della frutta. Lo sostengono il direttore provinciale Upa di Ferrara Paolo Cavalcoli e il presidente provinciale Cia Stefano Calderoni, interpellati sul “caso” dell’agricoltore di Gavello Mario Preti, che proprio sulle pagine della Nuova lamentava la difficoltà a reperire stagionali italiani per le raccolte più stancanti, e di ricorrere perciò a manodopera estera.

Di per sé l’impiego anche massiccio di lavoratori stranieri, spesso extracomunitari, non è una novità. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, ricorda Cavalcoli, «c’era grossa penuria di manodopera per la raccolta della frutta». È di quel periodo, il 2001, il varo del cosiddetto Decreto Flussi che, sulla base delle richieste del settore agricolo, ogni anno richiamava (e richiama tuttora) in Italia una quota di stagionali extracomunitari, soprattutto rumeni e polacchi. Nel 2005 vennero assegnati nel Ferrarese poco meno di duemila extracomunitari (1988), una quota destinata ad assottigliarsi drasticamente a partire dal 2007, da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea. Quest’anno, per rendere l’idea, la quota del decreto flussi è stata pari a 70 unità.

«Gli stagionali rumeni ora si muovono al di fuori del decreto, e quindi è meno facile monitorarli», afferma il direttore Upa, le cui aziende affiliate, sottolinea, «ricoprono il 70% della manodopera provinciale». Ma a cambiare gli scenari, continua, è intervenuta soprattutto la crisi economica: «L’agricoltura in questa fase è diventata una sorta di ammortizzatore sociale. Molti disoccupati di altri comparti hanno cercato nel settore primario un impiego anche temporaneo: basti pensare che il totale di giornate lavorate sono passate dalle 960.000 del 2004 a 1.292.000 del 2016, con un aumento di oltre il 30%. Per molti disoccupati si è trattato di una soluzione-ponte, ma sempre con l’attenzione rivolta alle loro competenze di origine, in attesa di eventuali spiragli».

Questo, ribadisce, è stato motivo di minore stabilità da parte della manodopera italiana: «Spiace dirlo, ma nei confronti di alcune tipologie di addetti, come gli studenti, i datori hanno sviluppato una certa diffidenza: perché spesso dopo un paio di settimane, dopo che le squadre sono state formate e il lavoro è stato organizzato, magari da un giorno all’altro smettono perché non vogliono rinunciare a una vacanza». Quindi è indubbio, conferma Cavalcoli, che «oggi oltre la metà dei lavoratori agricoli è straniera. Anche perché gli italiani prediligono altre attività. Quando ci rivolgiamo al Centri per l’Impiego per le raccolta di meloni, cocomeri e fragole non di rado riceviamo rifiuti perché si tratta di mansioni troppo faticose. Magari sono disposti a raccogliere le mele o le pere, ma a questo punto se un’azienda trova uno stagionale straniero disposto a fare l’intero periodo di raccolta, dalle fragole alle mele, è lui che preferisce».

Ma non sarà una questione di costi? Non sulla carta, perché l’unica variabile, per la tariffa, è quella legata all’esperienza accumulata: chi ha già maturato 170 ore prende per la raccolta della frutta 9,63 euro all’ora, gli altri invece vengono pagati 7,15 euro. «Al contrario, spesso la manodopera straniera costa di più - incalza Cavalcoli - perché il datore deve fornire anche l’alloggio».

Cia, che l’anno scorso ha erogato il 60% del monte giornate della provincia ferrarese (in totale sono state poco meno di un milione e trecentomila), conferma che il fenomeno si è radicato già da anni, acuito dal fatto che la riduzione dei Centri per l’Impiego, interviene Calderoni, «ha reso molto più difficile incrociare domanda e offerta. La questione andrebbe affrontata pensando a strumenti più efficaci non solo a reperire manodopera stagionale, ma soprattutto a organizzare una sorta di “filiera” oraria che consenta alle aziende di coprire in modo certo e sicuro l’intera stagione: una sorta di staffetta che tenga conto delle disponibilità dei singoli lavoratori».

Il fatto, continua Calderoni, è che «l’agricoltura negli ultimi anni è profondamente cambiata e ha esigenze di sempre maggiore flessibilità, il che significa assunzioni anche per periodi molto brevi. La manodopera straniera spesso si dimostra più adattabile a questa flessibilità; meno quella italiana, che punta a un numero sufficiente di giornate per maturare la disoccupazione».

Al tempo stesso, va avanti Calderoni, «le maestranze straniere garantiscono maggiore continuità: se il periodo va dal 1º al 31 luglio è certo che resteranno dal 1º al 31 luglio; invece per gli italiani il lavoro stagionale è spesso una soluzione-tampone in attesa di maggiore stabilità, e non appena si presenta un’occasione migliore se ne vanno. Questo può creare problemi non da poco per le aziende agricole, perché la raccolta ha tempi precisi e la frutta non può aspettare».

La presenza di lavoratori italiani aumenta però quando si passa dalla raccolta della frutta a mansioni più specializzate, e non sempre la richiesta di figure professionali avanzate viene soddisfatta: «Mancano i luoghi di formazione specialistica, così come mancano gli strumenti di incontro tra domanda e offerta - conclude Calderoni - Manca per l’agricoltura un modello sull’esempio delle agenzie interinali, a cui poter attingere per assicurare una piena copertura della stagione della raccolta».

Alessandra Mura

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