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La Regione vuole più autonomia di spesa

di Marcello Pulidori
La Regione vuole più autonomia di spesa

Percorso avviato: il presidente Bonaccini chiede un incontro al Governo. I temi prioritari: ambiente, lavoro e formazione

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Adesso anche l'Emilia-Romagna reclama più autonomia fiscale e nell'utilizzo delle risorse statali.

Ma mentre i vicini del Veneto e della Lombardia si preparano al referendum, la giunta regionale del governatore Stefano Bonaccini tenta la strada costituzionale al federalismo, aggrappandosi all'articolo 116 della Carta. A spiegare l'operazione è lo stesso Bonaccini, che chiede «un incontro al Governo, per aprire un tavolo di confronto» sulla proposta. «Non è un problema di ulteriori regioni a statuto speciale - spiega Bonaccini - , piuttosto vogliamo capire come avere maggiore autonomia rispetto ad alcune materie di competenza, per decidere qui come spendere una parte di risorse che arrivano dallo Stato e meglio utilizzarle», concordando con lo Stato «su quali materie e con quale flessibilità» utilizzare le risorse. In questo senso, precisa Bonaccini, «sarebbe la prima volta che, senza la strada referendaria, una Regione chiede al Governo di poter accedere a questo percorso».

L'Emilia-Romagna ci crede al punto da realizzare «uno studio, in silenzio da settimane - sottolinea il governatore - perché penso che, utilizzando ciò che prevede la Costituzione, si possa provare a chiedere più autonomia e qualche competenza, sulla base degli standard di qualità che questa regione può vantare dal punto di vista del bilancio, del lavoro e per i servizi che eroghiamo. È una partita che proveremo ad aprire, per vedere se possiamo arrivare fino in fondo». Insomma un governatore più che deciso. E che precisa: «Non vogliamo scassare l'unità nazionale o parlare di cifre impossibili, come fanno altre Regioni. Vogliamo fare una cosa equilibrata. Penso sia la strada giusta, prudente, ma mettendo i piedi nel piatto».

Il presidente per ora non parla di numeri, di quanto può valere in termini economici questa operazione, perché lo studio non è ancora pronto e il confronto col governo deve ancora iniziare.

«Non voglio sparare cifre a caso - afferma - sulla base di una idea di maggiore autonomia, che tenga insieme l'unità nazionale e che parli risorse reali e non numeri buttati a caso per un voto in più alle elezioni, vogliamo capire come si possano conciliare le due cose, per una regione che si sente pienamente dentro al Paese». Si tratterà di vedere quali competenze possono essere attribuite alle Regioni. Le attribuzioni ulteriori possono riguardare le politiche sociali, le politiche del lavoro, ma anche l’ambiente (la intricata matassa delle trivellazioni, ad esempio), ed ancora la formazione professionale. C’è da fare, infine, una specificazione. Se, precedentemente, l’idea sottesa al vecchio titolo V era quella della devoluzione incondizionata di competenze alle Regioni, con tutti i corollari negativi susseguitisi negli anni, la riforma costituzionale parte da un presupposto diverso: le materie di interesse nazionale debbono essere disciplinate dallo Stato, ma se una Regione dimostra di potersi occupare di alcune di queste, è giusto che lo Stato glielo permetta.

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