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Suicidio in carcere. «Quell’uomo non era da ricoverare»

Suicidio in carcere. «Quell’uomo non era da ricoverare»

Il questore: era agitato ma era stato visitato da un medico. La risposta a un post che ricostruiva l’arresto in palestra 

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FERRARA. In attesa dell’esito dell’autopsia sulla salma di Roman Horoberts, il trentenne ucraino trovato morto in cella, a Ferrara, lunedì mattina con un paio di jeans appesi a una grata e stretti attorno al collo, la notizia del suicidio in carcere ha suscitato il sorprendente commento, pubblicato su Facebook, della presidente di Circomassimo e Arcigay Ferrara, Manuela Macario. Operatrice e socia di una cooperativa specializzata in progetti di formazione e inserimento al lavoro dedicati a persone in condizione di svantaggio sociale, con problemi di salute mentale o di tossicodipendenza, Macario, 45 anni, ha scritto che «alcuni presenti (in palestra al momento dell’intervento della polizia, ndr) raccontano di aver visto picchiare il ragazzo e fare anche il segno della vittoria portandolo via. Ancora una volta nessuno è disposto a testimoniare».

Manuela Macario frequenta una palestra di via Reggiani, McFit, dove Horoberts, domenica mattina, si è rovesciato un caffè addosso e poi ha scatenato la sua rabbia contro la macchinetta distributrice dicendo che il caffè era “troppo caldo” e sollevando le preoccupazioni dei responsabili dell’impianto sportivo, che poi hanno chiamato le forze dell’ordine. «Sono iscritta da poco - ha raccontato ieri alla Nuova Manuela Macario - e al momento dei fatti non ero in palestra».

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Le affermazioni contenute nel post non derivano quindi da una testimonianza diretta, ma dal racconto di persone, «clienti abituali, presenti quando è successo il fatto che poi hanno riferito anche ad altre persone, quel giorno e il giorno dopo». Secondo il racconto fatto dai testimoni e raccolto dalla polizia, Horoberts è andato in escandescenze verso la tarda mattinata di domenica. Gli agenti sono arrivati in palestra qualche minuto dopo la telefonata da parte dei responsabili. «Delle botte sono state 2-3 persone a parlare. Ma riporto cose che mi sono state riferite, voglio che sia chiaro», prosegue Manuela Macario.

Horoberts, prosegue la cooperatrice, «non sembrava in sè e su questo particolare concordano più voci. Secondo la mia esperienza, in questi casi dovrebbe essere attivato il servizio sanitario. Per quale motivo, quindi, il giovane che era stato fermato è stato portato in questura e poi in cella invece che in ospedale e non è stato visitato da un medico? Se fosse stato portato in ospedale forse non si sarebbe tolto la vita».

Horoberts è stato trovato morto in cella da un agente molte ore dopo i fatti avvenuti in palestra e molte ore dopo l’arresto. Era stato denunciato per resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Il trentenne ucraino ha trascorso in carcere il pomeriggio di domenica, la sera, la notte ed è stato trovato impiccato da un agente durante un giro di controllo verso le 7 e un quarto di lunedì mattina. Qualche ora dopo avrebbe dovuto svolgersi l’udienza per direttissima e probabilmente, come è avvenuto in altri casi in cui erano stati contestati gli stessi reati, il giovane sarebbe stato liberato. Il suicidio, per ora l’unico scenario ipotizzato, difficilmente potrebbe essere collegato all’ipotesi di una lunga pena detentiva o allo stato della cella condivisa con un altro detenuto che però non avrebbe assistito alla tragica scena. Il questore, Antonio Sbordone, si dice stupito delle affermazioni contenute nel post di Manuela Macario. «Quel giovane - ha ribattuto ieri - è stato portato in questura e appariva effettivamente agitato. In questura è rimasto circa un’ora, non aveva segni di percosse addosso e tutto quello che è avvenuto lì è stato registrato. In effetti sembrava piuttosto su di giri e questo ci ha spinto a chiedere l’intervento di un medico del 118 che l’ha visitato. Il giovane aveva detto che assumeva farmaci, il medico ha escluso però che dovesse essere sedato o ricoverato. È stato quindi affidato al personale del carcere in attesa dell’audienza in tribunale». (gi.ca.)
 

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