«Uscito da Carife, ma quanta amarezza in questo addio»
Lo sfogo di uno dei 172 ex dipendenti che ha scelto il licenziamento. «Noi trattati come un peso, negli atti un linguaggio brutale. Per la banca eravamo diventati solo qualcosa di cui disfarsi e i clienti sono passati dalla diffidenza al disprezzo verso di noi".
FERRARA. Non è spaventato per il futuro, ma è pieno di amarezza per il (molto recente) passato. Lui è uno dei 172 ormai ex dipendenti Carife (su 300 esuberi) che dopo l’accordo di fine dicembre hanno deciso di andarsene dalla banca attraverso l’opzione C, quella - per intenderci - che in cambio della non opposizione al licenziamento collettivo prevede 41 mesi di incentivo e due anni di copertura stipendiale grazie all’intervento del Naspi e del Fondo Emergenziale.
Niente da dire, premette, «un’offerta generosa per controbilanciare la rinuncia al posto di lavoro», ma il trattamento subìto da Carife, dopo quasi vent’anni di lavoro, lo ha lasciato così avvilito che ha sentito la necessità di testimoniare alla “Nuova” una delusione condivisa con decine e decine di altri colleghi. L’accordo di fine dicembre, racconta, è arrivato a corollario di un periodo pesante, cominciato con il commissariamento e proseguito con il bail-in.
Dopo il Salvabanche «i clienti sono passati dalla diffidenza al disprezzo. Molti colleghi, specie nei piccoli paesi, chiedevano di essere trasferiti perché diventati parafulmine della rabbia dei correntisti, con totale perdita di credibilità. Peraltro non c’è stata quella fuga di clienti così massiccia come temevamo, segno che abbiamo saputo fare bene il nostro lavoro. Ma si può immaginare il clima di incertezza che stavamo vivendo, sono stati cinque anni di continua emergenza durante i quali venivano chiesti sacrifici sempre alle stesse persone. Una delle ragioni che mi ha indotto, come altri, ad accettare la buonuscita». Dopo l’accordo del 31 dicembre i tempi per decidere sono stati stretti, meno di due settimane.
«Dopo l’adesione, però - continua - per la banca siamo diventati solo un peso di cui disfarsi». Alla fretta richiesta per firmare l’accordo, è seguito peraltro un lungo periodo di stasi, con la trattativa per la vendita di Carife che si dilungava di scadenza in scadenza. A febbraio, un primo segnale poco incoraggiante: l’opposizione, da parte dei sindacati, al servizio di “outplacement”, un’agenzia per aiutare il dipendente espulso a ricollocarsi. «Quei soldi, sostenevano le organizzazioni sindacali - dovevano essere indirizzati totalmente ai lavoratori, ma l’opzione poi per fortuna è passata».
In un clima descritto come «funereo» le settimane passano e nel frattempo vengono definiti i verbali di conciliazione per le opzioni A (esuberi-prepensionamenti) e B (esodo con incentivo secco di 48 mesi), ma tutto tace per l’opzione C. Al punto che le lettere di licenziamento vengono consegnate, con convocazioni individuali «a catena di montaggio» il 5 luglio, due settimane prima della diffusione del primo verbale, il 17 luglio. «Diciamo che ci è stato imposto un grande atto di fiducia». Il verbale, quando arriva, è una doccia fredda: «A parte, si fa per dire, il linguaggio brutale e senza rispetto, a destare preoccupazione era un articolo in cui in sostanza la banca dichiarava di chiamarsi fuori in caso di mancata disponibilità del Fondo Emergenziale».
Ne è seguita, il giorno dopo, una riunione “carbonara” tra dipendenti con una partecipazione che, tra presenze e collegamenti whatsapp, ha coinvolto un centinaio di persone. «Ai sindacati l’accordo sarebbe andato bene così com’era perché, sostenevano, il Fondo era garantito. Ma allora perché quella frase?» A fronte della mail di protesta dei dipendenti, i sindacati hanno incontrato due volte l’azienda, a stretto giro, e la frase incriminata è stata tolta, pur omettendo ulteriori clausole di garanzia «previste invece nei verbali di conciliazione delle opzioni A e B.» Giovedì 21, quindi, nuovo verbale e venerdì la firma del “divorzio”.
A lasciare l’amaro in bocca, conclude, «anche alcuni mezzucci» uno su tutti il Tfr, che viene maturato mensilmente dal quindicesimo giorno: «Il nostro licenziamento scatterà il 14 settembre, che è pure un giovedì. Forse chi, rinunciando al proprio posto di lavoro ha consentito ad altri colleghi di mantenere il loro avrebbe meritato più considerazione».
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