Amici e tanti curiosi Fiori nella piazzetta e sotto il porticato
di Marcello Pulidori
L’omaggio di un’amica di Galeazzo corredato di messaggio: «Voglio ricordarlo così, era una persona rara e preziosa»
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C’è qualcosa di arcano, e nello stesso tempo di chiarissimo, in quel metro quadro che per sempre sarà il luogo in cui si sparò Galeazzo Bartolucci. Davanti ai fiori deposti da un’amica, davanti ad un foglio scritto a mano in stampatello e appeso ad uno dei gambi, passano 5 persone. Le 18,45 di ieri. Il messaggio ha la forza dirompente di un dolore che strazia ma suona anche come una denuncia: “Quante disperazioni convivono nella solitudine. La maschera è obbligatoria”. Ma quale maschera? E quali disperazione? E, allora, a questo punto, quale solitudine? Partiamo da qui, da questo angolo medievale della Ferrara più bella, per dare un senso a questa storia, ai suoi fiori, ai suoi messaggi. Incontriamo Rosaria Trevisani, titolare (anche lei) di un graziosissimo negozio di antiquariato e cose antiche, Langelo Atelier, «scritto proprio così - ci spiega -, così, senza l’apostrofo tra L e A, perché se l’avessimo messo nessuno ci avrebbe trovato su internet. Scritto così, invece, s’individua subito». Questo scrigno di statue, terrecotte, panneggi, quadri, quadretti, immagini sacre e profane, e tanto altro ancora, qui, tra queste mura che quasi parlano, siamo al numero 6 di via Centoversuri. Li ha messi lei quei fiori, accompagnandoli al messaggio scritto in stampatello. Ma quando ce lo rivela, Rosaria pare quasi pentita di avercelo detto. Rosaria è fatta così. «Voglio ricordare Galeazzo come una persona rara, un amico prezioso, un uomo mai banale, pieno di antiche sapienze. Voglio ricordarlo così». Vuole parlare di Galeazzo, «mi fa piacere che siate venuti qui, avevo voglia di sfogarmi in qualche modo, di dire chi era Galeazzo, che valore aveva la sua vita e quella della sua famiglia». Parla Rosaria, e par quasi che voglia allontanarsi col pensiero dagli incubi di quella carneficina. Parlando di Galeazzo. Galeazzo, punto e basta. «Veniva a trovarmi - prosegue Rosaria -, lo faceva di tanto in tanto. Entrava che quasi non si sentiva, mi sussurrava qualcosa e poi si dirigeva, magari, che so?, verso una statuina di porcellana e mi diceva: mica lavarla, eh, la porcellana, che se ci entra una goccia è rovinata. Ecco chi era Galeazzo». E pensare, prosegue Rosaria, che qualcuno ha persino avuto il coraggio, si fa per dire, di protestare. A qualcuno ha dato fastidio che Galeazzo avesse scelto proprio quell’angolo davanti a Casa Cini, lui, vecchio amico di don Franco Patruno, sì, che avesse scelto quell’angolo per morire. E che andasse ad agonizzare più lontano, avrà forse pensato quel qualcuno. Ecco, l’abbiamo detto, il peso è tolto. «Voglio dirle una ultima cosa - sussurra lei, questa volta, Rosaria - : Galeazzo era un uomo d’altri tempi, sensibile, colto, un gentiluomo come ormai non ne nascono più. Dimenticate che ho messo quei fiori, dimenticate la maschera che occorre in questa vita, troppo spesso. Ciò che ho fatto è stato fatto in omaggio a Galeazzo».
La storia potrebbe finire qui, perché tanto è già stato scritto su questa tragedia ferrarese che assomiglia ai libri foschi e meravigliosi di Carlo Emilio Gadda, alle sue atmosfere noir, ai suoi drammi privati. Anche nel gesto finale di Galeazzo c’è qualcosa di nobile, di antico, addirittura di teatrale. Questo portarsi via tutto, la moglie, il figlio, il suo palazzo, il suo mondo. Anche nel fuoco che ha appiccato, proprio lì, c’è un messaggio che non si può non cogliere: me ne vado io, e mi porto via tutto il mio mondo. Per chi deve cercare di descrivere ciò che è accaduto, vale più la fortuna che l’intuito. Galeazzo aveva quello che Ungaretti chiamava il sentimento del tempo, e cioè la consapevolezza che una persona, ma anche un oggetto, che ha 50, 60 anni, merita rispetto solo per il fatto di avere quella età. Non è forse per questo che si porta rispetto agli anziani? Il tempo. Ecco, il tempo era diventato il suo assillo, la sua disperazione. Poi la marea è arrivata. E si è portata via tutto. Prima che ci si potesse spostare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La storia potrebbe finire qui, perché tanto è già stato scritto su questa tragedia ferrarese che assomiglia ai libri foschi e meravigliosi di Carlo Emilio Gadda, alle sue atmosfere noir, ai suoi drammi privati. Anche nel gesto finale di Galeazzo c’è qualcosa di nobile, di antico, addirittura di teatrale. Questo portarsi via tutto, la moglie, il figlio, il suo palazzo, il suo mondo. Anche nel fuoco che ha appiccato, proprio lì, c’è un messaggio che non si può non cogliere: me ne vado io, e mi porto via tutto il mio mondo. Per chi deve cercare di descrivere ciò che è accaduto, vale più la fortuna che l’intuito. Galeazzo aveva quello che Ungaretti chiamava il sentimento del tempo, e cioè la consapevolezza che una persona, ma anche un oggetto, che ha 50, 60 anni, merita rispetto solo per il fatto di avere quella età. Non è forse per questo che si porta rispetto agli anziani? Il tempo. Ecco, il tempo era diventato il suo assillo, la sua disperazione. Poi la marea è arrivata. E si è portata via tutto. Prima che ci si potesse spostare.
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