Fragilità che restano sommerse
Il commento del direttore della Nuova Ferrara sulla tragedia della famiglia Bartolucci
FERRARA. La famiglia Bartolucci non si era mai rivolta ai servizi assistenziali del Comune. L’assessore lo ha voluto puntualizzare con una nota affidata all’Ansa, trasmessa tra i primi lanci delle cronache tragiche targate Ferrara. Non ne dubito: è una storia carica d’orgoglio degenerato, quella di venerdì, con il senso dell’onore che impediva all’antiquario di mettersi in coda per chiedere aiuto. Pure credo che la tragedia possa e debba far riflettere sulle dinamiche del welfare pubblico.
Possiamo accontentarci di servizi sociali che danno risposte solo a chi si presenta allo sportello, in orario di ufficio? La domanda è retorica, la risposta scontata. Perché ci sono troppe famiglie bisognose d’aiuto che non si avvicinano per vergogna o dignità, che avrebbero diritto a ricevere sostegno. Troppe occasioni in cui, di fronte a persone trovate morte in casa da settimane, abbiamo dovuto constatare che erano sconosciute ai servizi sociali. Esistenze in bilico, e senza rete.
Servono competenze, serve capacità, servono le risorse che sempre scarseggiano, per intercettare le fragilità sommerse. Vero. Ma prima ancora occorre aver consapevolezza. La struttura culturale, mi permetto di dire, c’è. E’ quella stessa che ci porta al largo del canale di Sicilia per recuperare i disperati che tentano la traversata a rischio della vita. Li andiamo a salvare, non li aspettiamo seduti sulla nostra sponda. Allo stesso modo, non aspettiamo che coloro che hanno bisogno vengano a bussare ai nostri uffici, andiamoli a cercare. E’ nella capacità di ascoltare il territorio e dare risposte ai problemi nascosti che si misura la qualità del welfare. Parliamone. (l.t.)
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