Tragedia di via Boccaleone, gli ultimi minuti di Mariella e Giovanni
Ferrara, dalle autopsie si cercherà di capire anche se i congiunti hanno cercato di opporsi al piano di morte di Galeazzo Bartolucci
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FERRARA. Il quadro dell’inchiesta sul duplice omicidio e sul suicidio di via Boccaleone è ormai chiaro e assestato. Nella conferenza stampa di sabato scorso il capo della Squadra mobile, Andrea Crucianelli, ha fornito una ricostruzione dei fatti (orari, azioni, possibili motivazioni, scadenze) che andranno a costituire il nocciolo duro del fascicolo giudiziario aperto sul caso Bartolucci. In procura (titolare del fascicolo è il pm Ombretta Volta) per chiudere il cerchio si attendono i riscontri necessari per incasellare ogni tassello dentro il puzzle che le indagini hanno già, in buona parte, svelato. Per oggi sono programmate le autopsie sulle tre salme. Ma per concludere l’esame sui corpi di Mariella Mangolini, 74 anni, Giovanni Bartolucci, 48 anni, e di Galeazzo Bartolucci, 77 anni, che li ha uccisi prima di togliersi la vita sotto i portici di via Boccacanale di Santo Stefano, forse non sarà sufficiente un solo giorno. Dopo l’esecuzione degli esami medico-legali sarà possibile restituire le salme ai familiari per i funerali.
Dalle autopsie (affidate alla dottoressa Cecilia Ferronato assieme al team di Medicina legale del Sant’Anna diretto da Rosa Maria Gaudio) si attendono conferme piuttosto che novità. Uno degli aspetti su cui le indagini non hanno ancora raggiunto certezze riguarda gli ultimi minuti di vita di Giovanni Bartolucci e della madre, Mariella, uccisi da Galeazzo nella casa di via Boccaleone. Due omicidi e due colpi alla testa, secondo le prime ricostruzioni, forse sparati mentre i due congiunti dormivano. In realtà si cercherà anche di capire, per completare il quadro, se c’è stata un’eventuale reazione da parte dei due familiari per opporsi al tragico piano maturato nella mente di Galeazzo.
Una scelta disperata quanto violenta, forse presa nel giro di poche ore, dopo l’avvio delle procedure di pignoramento dei beni del negozio di antiquariato, il 3 agosto, e in attesa dell’incontro con le parti programmato per la mattina del 4 per lo sfratto disposto dopo che le proprietà della famiglia erano state vendute all’asta. Due gocce che secondo gli inquirenti potrebbero aver fatto traboccare un vaso già colmo dopo il rovescio economico subito dalla famiglia, i reiterati tentativi di opporsi alle azioni giudiziarie intraprese dall’istituto bancario per un mutuo non onorato, le azioni civili respinte dal giudice e le procedure esecutive che avrebbero portato la famiglia lontano dalla piazzetta che portava il nome di una stirpe nobiliare ormai decaduta.
Galeazzo non ha lasciato biglietti nè avrebbe mai manifestato l’intenzione di fare o farsi del male (è descritto come un uomo schivo ma mite). Nessuno dei congiunti avrebbe a sua volta manifestato volontà autolesionistiche, nè ha lasciato biglietti o lettere. Motivo per cui, al momento, si ritiene che nè la moglie nè il figlio del commerciante potessero avere in qualche modo espresso il loro consenso ad un progetto di morte. In pratica gli inquirenti si attendono una conferma dell’ipotesi dell’omicidio-suicidio.
In procura deve ancora arrivare la relazione dei vigili del fuoco che potrebbe confermare l’altro piano (presunto) attribuito a Galeazzo: far sparire tutto, beni accumulati in una vita e immobile, in una grande vampata. Un rogo più l’esplosione generata dal gas lasciato aperto, in modo che nessun altro avrebbe potuto godere di quelle proprietà.
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