«Mio padre arrestato e fucilato dai tedeschi»
Dionisia Piccoli aveva 4 anni quando il papà Amleto morì il 10 agosto 1944 Oggi in Certosa e al Museo della Resistenza omaggio ai martiri partigiani
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Si ricordano oggi alle 10 in Certosa alla presenza di autorità civili e religiose, e alle 10.45 al Museo della Resistenza, i martiri degli eccidi perpetrati dai fascisti a un gruppo di giovani partigiani; solo una parte di quelli che in altre date e luoghi della città andarono ad aggiungersi al triste elenco delle vittime ferraresi.
Furono 9 gli uomini fucilati al muretto di fronte a San Cristoforo fra il 10 e il 20 agosto 1944 e fra questi vi era Amleto Piccoli; aveva solo 32 anni e la figlia Dionisia, una delle ultime testimoni di quei gravi fatti, che allora aveva 4 anni, ha voluto ricordarne la breve vita perché i suoi nipoti neppure ventenni, sappiano chi è stato il loro nonno.
«Mio padre fu arrestato l’8 agosto mentre si trovava nella nostra abitazione a Pilastri dove eravamo sfollati con tutti i componenti della numerosa famiglia. A tradire il gruppo dei partigiani di cui lui era la staffetta, e con i quali si incontrava a Ferrara in via Pontegradella, fu la fidanzata di uno dei partigiani che portò ai fascisti le foto di ognuno di loro (è risaputo che si riconoscevano con un appellativo in codice) con le quali andarono all’anagrafe per risalire ai nomi. L’impiegata li avvisò, uno per uno, e molti riuscirono a scappare; mio padre invece venne a casa nostra per salutarci; si era tagliato i baffi e i capelli ed era seduto a tavola con i suoi genitori, i fratelli, la moglie e noi due bambine; non lo riconobbero e lo cercarono in ogni angolo della casa, picchiarono nostra madre che diceva di non averlo visto, poi lo individuarono e arrestarono. Lo portarono a Ferrara in carcere e dopo due giorni fu fucilato».
I ricordi di Dionisia sono chiari e precisi, quasi li avesse vissuti da adulta, e sono rimasti intatti nella sua mente dopo i racconti drammatici che le hanno fatto una volta cresciuta. Si ricorda anche il nome di chi lo arrestò e di altri fascisti impegnati in quel periodo a “fare pulizia dei traditori”; gente che incontrò dopo la guerra e i cui volti non dimenticherà mai perché associati a quelli di suo padre.
Amleto Piccoli cercava un lavoro ma erano tempi duri e fece un po’ di tutto finché divenne capo Lega di Pilastri e dunque una persona scomoda per i fascisti da cui riuscì una prima volta a fuggire a Ferrara, dove la famiglia Levi lo aiutò sia per l’alloggio sia per il lavoro nel canapificio. Fu ferito in guerra; tornò come invalido e fu allora che entrò nella Resistenza perché desiderava “un futuro migliore”.
«Ricordo che a casa nostra in via Argine Ducale, nonostante vi fosse un presidio tedesco, c’era un via vai di persone che dovevano scappare in montagna, aiutate da mio padre, come aiutò i Levi quando si nascosero in campagna portando loro i viveri. Fu poi mio nonno a continuare a farlo dopo che fu fucilato. Sappiamo che rifiutò la puntura di morfina prima dell’esecuzione ma sappiamo anche da quello che era evidente sul suo corpo, che fu torturato».
Due, oggi, i momenti commemorativi. Alle 10 in Certosa la deposizione di una corona al cippo antistante il muro di San Cristoforo e la benedizione della lapide da parte di don Luigi Spada, delegato della Curia. Seguirà l’intervento di Antonella Guarnieri (presidente Museo Risorgimento e Resistenza) e di Francesco Ferraro, sindaco di Acquarica del Capo (parente di Donato Cazzato, una delle vittime). Concluderà l’assessora Cristina Corazzari. Alle 10.45 i partecipanti si trasferiranno al Museo della Resistenza dove il presidente provinciale Anpi Marco Ascanelli consegnerà le pergamene per il Ventennale della Resistenza ai parenti di Donato Cazzato e Bruno Rizzieri, mai consegnate.
Margherita Goberti
Furono 9 gli uomini fucilati al muretto di fronte a San Cristoforo fra il 10 e il 20 agosto 1944 e fra questi vi era Amleto Piccoli; aveva solo 32 anni e la figlia Dionisia, una delle ultime testimoni di quei gravi fatti, che allora aveva 4 anni, ha voluto ricordarne la breve vita perché i suoi nipoti neppure ventenni, sappiano chi è stato il loro nonno.
«Mio padre fu arrestato l’8 agosto mentre si trovava nella nostra abitazione a Pilastri dove eravamo sfollati con tutti i componenti della numerosa famiglia. A tradire il gruppo dei partigiani di cui lui era la staffetta, e con i quali si incontrava a Ferrara in via Pontegradella, fu la fidanzata di uno dei partigiani che portò ai fascisti le foto di ognuno di loro (è risaputo che si riconoscevano con un appellativo in codice) con le quali andarono all’anagrafe per risalire ai nomi. L’impiegata li avvisò, uno per uno, e molti riuscirono a scappare; mio padre invece venne a casa nostra per salutarci; si era tagliato i baffi e i capelli ed era seduto a tavola con i suoi genitori, i fratelli, la moglie e noi due bambine; non lo riconobbero e lo cercarono in ogni angolo della casa, picchiarono nostra madre che diceva di non averlo visto, poi lo individuarono e arrestarono. Lo portarono a Ferrara in carcere e dopo due giorni fu fucilato».
I ricordi di Dionisia sono chiari e precisi, quasi li avesse vissuti da adulta, e sono rimasti intatti nella sua mente dopo i racconti drammatici che le hanno fatto una volta cresciuta. Si ricorda anche il nome di chi lo arrestò e di altri fascisti impegnati in quel periodo a “fare pulizia dei traditori”; gente che incontrò dopo la guerra e i cui volti non dimenticherà mai perché associati a quelli di suo padre.
Amleto Piccoli cercava un lavoro ma erano tempi duri e fece un po’ di tutto finché divenne capo Lega di Pilastri e dunque una persona scomoda per i fascisti da cui riuscì una prima volta a fuggire a Ferrara, dove la famiglia Levi lo aiutò sia per l’alloggio sia per il lavoro nel canapificio. Fu ferito in guerra; tornò come invalido e fu allora che entrò nella Resistenza perché desiderava “un futuro migliore”.
«Ricordo che a casa nostra in via Argine Ducale, nonostante vi fosse un presidio tedesco, c’era un via vai di persone che dovevano scappare in montagna, aiutate da mio padre, come aiutò i Levi quando si nascosero in campagna portando loro i viveri. Fu poi mio nonno a continuare a farlo dopo che fu fucilato. Sappiamo che rifiutò la puntura di morfina prima dell’esecuzione ma sappiamo anche da quello che era evidente sul suo corpo, che fu torturato».
Due, oggi, i momenti commemorativi. Alle 10 in Certosa la deposizione di una corona al cippo antistante il muro di San Cristoforo e la benedizione della lapide da parte di don Luigi Spada, delegato della Curia. Seguirà l’intervento di Antonella Guarnieri (presidente Museo Risorgimento e Resistenza) e di Francesco Ferraro, sindaco di Acquarica del Capo (parente di Donato Cazzato, una delle vittime). Concluderà l’assessora Cristina Corazzari. Alle 10.45 i partecipanti si trasferiranno al Museo della Resistenza dove il presidente provinciale Anpi Marco Ascanelli consegnerà le pergamene per il Ventennale della Resistenza ai parenti di Donato Cazzato e Bruno Rizzieri, mai consegnate.
Margherita Goberti
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