«Crac Carife, sequestrate 15 milioni alle banche»
di Daniele Predieri
La procura chiede di congelare le azioni incrociate di Caricesena e Valsabbina I giudici dicono no, scatta il ricorso: decide tribunale del Riesame il 13 settembre
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L’aumento di capitale di 150 milioni di euro, deciso nel 2011 dalla ex dirigenza di vecchia Carife, venne raggiunto grazie anche alla partecipazione di banche esterne, CariCesena che sborsò 10 milioni e Banca Valsabbina altri 5 milioni: 15 milioni in azioni che vennero incrociate, però, con quelle di Carife che di fatto dopo averli incassati li riversò nelle casse delle due banche. Bene, per questi 15 milioni di euro ora la procura ha chiesto il sequestro «preventivo per equivalente»: essendo - secondo l’ipotesi d’accusa - questa cifra prova e profitto del reato di bancarotta patrimoniale per fittizietà del patrimonio, ora al centro del processo fissato al 20 settembre contro 12 imputati (ex dirigenti Carife e delle due banche coinvolte). Ma sul sequestro dei 15 milioni, alla vigilia dell’udienza, si registra uno scontro tecnico-giuridico tra uffici giudiziari cittadini: tra la procura (pm Stefano Longhi) che ha chiesto di congelarli e il tribunale (gip Monica Bighetti) che lo ha rigettato, sostenendo - estrema sintesi del principio giuridico delle motivazione della bocciatura - che per la posizione di CariCesena addirittura non vi sarebbe il reato (scambio di azioni e fittizietà del patrimonio) mentre per Valsabbina la richiesta della procura è da bocciare perché i 5 milioni sotto accusa non sarebbero profitto del reato contestato.
Argomentazioni, si può immaginare, molto tecniche e articolate, da parte di procura e dello stesso gip. Ed ovviamente, la contesa non finisce qui: gli inquirenti, procura e finanza, dopo aver preso atto del rigetto della richiesta hanno già depositato il ricorso davanti al tribunale del Riesame (tre giudici penali, presieduti dal giudice Luca Marini) e l’udienza è stata fissata al 13 settembre prossimo. E così, chi credeva che fosse stata fatta chiarezza e fossero stati posti punti fermi sull’inchiesta dell’aumento di capitale deve assolutamente ricredersi. O attendere, quantomeno, il pronunciamento del Riesame di Ferrara a metà settembre e anche l’eventuale ricorso in Cassazione, nel caso lo stesso tribunale del Riesame bocciasse di nuovo il sequestro, portando gli inquirenti a presentare un altro ricorso. Sullo sfondo di tutto, spiegano gli addetti ai lavori, vi sono interpretazioni giuridiche del tutto opposte, tra aspetti civili e penali, in una materia molto tecnica e che anche dal punto di vista penale non ha precedenti. Uno scontro-confronto tecnico-giuridico che si innesca proprio alla vigilia del tanto atteso, primo processo per il crac Carife legato all’aumento di capitale che secondo gli inquirenti - il tetto dei 150 milioni - sarebbe stato raggiunto in modo irregolare se non fraudolento, violando indicazioni di Banca Italia e compiendo - la sintesi dei capi d’accusa - atti falsi verso chi doveva controllare l’operazione, la stessa BancaItalia e la Consob, non a caso individuate come parti offese nel processo.
Ma non si tratta solo di un contrasto in punta di diritto tra accusa e giudice terzo. Questa divergenza potrebbe, in linea teorica, colpire il punto centrale dell’inchiesta e condizionare il futuro processo: almeno nel caso di CariCesena, per cui il giudice ha motivato non esservi il reato, mentre per quanto riguarda Valsabbina, pur riconoscendo che il sequestro della cifra non è da accogliere perchè non ritenuta “profitto” del reato (la bancarotta patrimoniale per fittizietà), tra le righe il giudice conferma, comunque, che il reato c’è e che l’accusa tiene.
Argomentazioni, si può immaginare, molto tecniche e articolate, da parte di procura e dello stesso gip. Ed ovviamente, la contesa non finisce qui: gli inquirenti, procura e finanza, dopo aver preso atto del rigetto della richiesta hanno già depositato il ricorso davanti al tribunale del Riesame (tre giudici penali, presieduti dal giudice Luca Marini) e l’udienza è stata fissata al 13 settembre prossimo. E così, chi credeva che fosse stata fatta chiarezza e fossero stati posti punti fermi sull’inchiesta dell’aumento di capitale deve assolutamente ricredersi. O attendere, quantomeno, il pronunciamento del Riesame di Ferrara a metà settembre e anche l’eventuale ricorso in Cassazione, nel caso lo stesso tribunale del Riesame bocciasse di nuovo il sequestro, portando gli inquirenti a presentare un altro ricorso. Sullo sfondo di tutto, spiegano gli addetti ai lavori, vi sono interpretazioni giuridiche del tutto opposte, tra aspetti civili e penali, in una materia molto tecnica e che anche dal punto di vista penale non ha precedenti. Uno scontro-confronto tecnico-giuridico che si innesca proprio alla vigilia del tanto atteso, primo processo per il crac Carife legato all’aumento di capitale che secondo gli inquirenti - il tetto dei 150 milioni - sarebbe stato raggiunto in modo irregolare se non fraudolento, violando indicazioni di Banca Italia e compiendo - la sintesi dei capi d’accusa - atti falsi verso chi doveva controllare l’operazione, la stessa BancaItalia e la Consob, non a caso individuate come parti offese nel processo.
Ma non si tratta solo di un contrasto in punta di diritto tra accusa e giudice terzo. Questa divergenza potrebbe, in linea teorica, colpire il punto centrale dell’inchiesta e condizionare il futuro processo: almeno nel caso di CariCesena, per cui il giudice ha motivato non esservi il reato, mentre per quanto riguarda Valsabbina, pur riconoscendo che il sequestro della cifra non è da accogliere perchè non ritenuta “profitto” del reato (la bancarotta patrimoniale per fittizietà), tra le righe il giudice conferma, comunque, che il reato c’è e che l’accusa tiene.
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