Il dramma silenzioso di un papà “invisibile”
Dodici anni di lotta con l’ex compagna per il riconoscimento di paternità «I miei figli non sanno che esisto, li guardo da lontano all’uscita di scuola»
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Li osserva da lontano, quando escono da scuola, senza disturbarli. Vederli è l’unica consolazione per la sua paternità negata nonostante si batta da dodici anni per vedere riconosciuti i suoi diritti di genitore. Loro, i due ragazzini ormai preadolescenti, non sanno nemmeno che esiste, perché da quando sono nati considerano il compagno della madre il loro vero genitore. La verità però, sostiene il “papà invisibile”, è un’altra; e in questi giorni è intervenuta una sentenza della Cassazione che, se riapre le speranze giudiziarie non può cambiare il passato e restituirgli l’amore di quei figli perduti.
L’inizio del suo dramma comincia con la fine della relazione con la madre. Lei, già incinta, va a vivere con il suo nuovo compagno, sostenendo che è lui il padre dei gemelli che porta in grembo. L’ex chiede e ottiene dalla donna di poter eseguire un test di paternità prelevando un campione di sangue dai piccoli. Dall’esame, svolto presso un laboratorio privato, risulta che l’uomo è geneticamente compatibile al 99% con i due bimbi e una prima sentenza del tribunale Civile di Ferrara gli dà ragione. La coppia però presenta Appello e, nonostante si rifiuti di sottoporsi al test, nel 2015 esce vittoriosa dal ricorso. Secondo i giudici, infatti, quel personalissimo test del Dna, svolto senza contraddittorio tra le parti, non ha valore legale.
Nel frattempo però la battaglia si è spostata anche sul piano penale. Nel corso del processo civile, infatti, la donna aveva cercato perfino di negare di avere avuto una relazione con il “papà mancato”. In soccorso dell’ex “ripudiato” era intervenuto il fratello, sostenendo che invece c’era stato un legame sentimentale, presentando come prova alcuni sms. La donna, per tutta risposta, lo aveva denunciato per falsa testimonianza, accuse poi del tutto cadute. A sua volta l’ex “cognato” era passato alle contromisure, presentando denuncia per calunnia. Reato grave, per il quale la donna è stata poi condannata a un anno e 8 mesi.
A dar manforte legale al papà negato è poi intervenuta, con una sentenza depositata pochi giorni fa, la Corte di Cassazione a cui l’uomo si era rivolto impugnando la sentenza della Corte d’Appello di Bologna. La Suprema Corte, al contrario dei giudici bolognesi, ha ritenuto colpevolmente significativo il rifiuto, da parte della coppia, di eseguire il test del Dna: «Ove si consideri l’elevato grado di certezza che si può conseguire attraverso l’acquisizione della prova scientifica in esame - scrivono i giudici della Cassazione - appare evidente come al comportamento ingiustificato della parte che non consenta di raggiungere quel risultato debba attribuirsi un elevato di significatività, tale da renderlo “autosufficiente ai fini del giudizio di fatto”».
Tutto viene rinviato dunque alla Corte d’Appello di Bologna ma per il papà mancato è un po’ una vittoria di Pirro. «La mia ex ha già vinto - commenta amaramente - Ha fatto di tutto per allungare i tempi e tenermi separato dai miei bambini che non ho mai conosciuto e chissà quanto tempo passerà ancora prima di avere il diritto di conoscerli. Con sommo dispiacere e con grandissima amarezza, non mi resta che constatare che alla fine niente e nessuno mi potrà mai restituire gli anni di lontananza dai miei adorati figli. Né potrà mai essere restituita ai due gemelli la mia presenza amorevole di padre per questi anni in cui sono stato tenuto forzosamente lontano da loro. Privare e non far vedere a un padre i suoi figli è un comportamento disumano. Sono profondamente addolorato. Sto vivendo questa triste e squallida vicenda come una tortura, una violenza che ha distrutto completamente la mia vita privata. Credo anche che con i tempi lunghi che ha la Giustizia italiana, i veri nonni paterni, ormai ottantenni e ammalati, non avranno la possibilità e la soddisfazione morale di conoscere i propri adorati nipotini».
Alessandra Mura
L’inizio del suo dramma comincia con la fine della relazione con la madre. Lei, già incinta, va a vivere con il suo nuovo compagno, sostenendo che è lui il padre dei gemelli che porta in grembo. L’ex chiede e ottiene dalla donna di poter eseguire un test di paternità prelevando un campione di sangue dai piccoli. Dall’esame, svolto presso un laboratorio privato, risulta che l’uomo è geneticamente compatibile al 99% con i due bimbi e una prima sentenza del tribunale Civile di Ferrara gli dà ragione. La coppia però presenta Appello e, nonostante si rifiuti di sottoporsi al test, nel 2015 esce vittoriosa dal ricorso. Secondo i giudici, infatti, quel personalissimo test del Dna, svolto senza contraddittorio tra le parti, non ha valore legale.
Nel frattempo però la battaglia si è spostata anche sul piano penale. Nel corso del processo civile, infatti, la donna aveva cercato perfino di negare di avere avuto una relazione con il “papà mancato”. In soccorso dell’ex “ripudiato” era intervenuto il fratello, sostenendo che invece c’era stato un legame sentimentale, presentando come prova alcuni sms. La donna, per tutta risposta, lo aveva denunciato per falsa testimonianza, accuse poi del tutto cadute. A sua volta l’ex “cognato” era passato alle contromisure, presentando denuncia per calunnia. Reato grave, per il quale la donna è stata poi condannata a un anno e 8 mesi.
A dar manforte legale al papà negato è poi intervenuta, con una sentenza depositata pochi giorni fa, la Corte di Cassazione a cui l’uomo si era rivolto impugnando la sentenza della Corte d’Appello di Bologna. La Suprema Corte, al contrario dei giudici bolognesi, ha ritenuto colpevolmente significativo il rifiuto, da parte della coppia, di eseguire il test del Dna: «Ove si consideri l’elevato grado di certezza che si può conseguire attraverso l’acquisizione della prova scientifica in esame - scrivono i giudici della Cassazione - appare evidente come al comportamento ingiustificato della parte che non consenta di raggiungere quel risultato debba attribuirsi un elevato di significatività, tale da renderlo “autosufficiente ai fini del giudizio di fatto”».
Tutto viene rinviato dunque alla Corte d’Appello di Bologna ma per il papà mancato è un po’ una vittoria di Pirro. «La mia ex ha già vinto - commenta amaramente - Ha fatto di tutto per allungare i tempi e tenermi separato dai miei bambini che non ho mai conosciuto e chissà quanto tempo passerà ancora prima di avere il diritto di conoscerli. Con sommo dispiacere e con grandissima amarezza, non mi resta che constatare che alla fine niente e nessuno mi potrà mai restituire gli anni di lontananza dai miei adorati figli. Né potrà mai essere restituita ai due gemelli la mia presenza amorevole di padre per questi anni in cui sono stato tenuto forzosamente lontano da loro. Privare e non far vedere a un padre i suoi figli è un comportamento disumano. Sono profondamente addolorato. Sto vivendo questa triste e squallida vicenda come una tortura, una violenza che ha distrutto completamente la mia vita privata. Credo anche che con i tempi lunghi che ha la Giustizia italiana, i veri nonni paterni, ormai ottantenni e ammalati, non avranno la possibilità e la soddisfazione morale di conoscere i propri adorati nipotini».
Alessandra Mura
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