Malaria, nell'estate ferrarese due pazienti a Cona
In provincia 55 contagi in 13 anni: immigrati e turisti al rientro. Negli anni scorsi in regione registrati tre decessi: due nel 2003 e uno nel 2009
FERRARA. Con gli occhi e le orecchie puntati su Brescia e Trento. Il caso della piccola di 4 anni uccisa tra il 3 e il 4 settembre da una forma particolarmente aggressiva di malaria ha calamitato anche l’interesse degli esperti locali di malattie infettive e degli entomologi, che in queste ore si trovano alle prese con un “giallo” sanitario ancora tutto da sciogliere. Come è avvenuto il contagio e dove? «Il particolare che colpisce in questa notizia – risponde Marco Libanore, direttore del reparto ospedaliero di Malattie Infettive – è che da anni, anche qui a Ferrara, curiamo casi di infezione ma sono “importati”: sono cioè viaggiatori oppure immigrati che tornano nel loro Paese d’origine per l’estate e poi rientrano in Italia dopo essere stati esposti al contatto con la zanzara Anopheles». Proprio in questi giorni gli specialisti del Sant’Anna stanno curando una paziente di circa 40 anni ricoverata a fine agosto dopo aver contratto una forma della malattia più lieve rispetto al contagio da Plasmodium falciparum, causa di morte della bimba per le annesse complicanze cerebrali.
La donna, in buone condizioni di salute, è stata in viaggio in Oceania; a Ferrara ha accusato gli episodi febbrili che hanno suggerito ai medici di effettuare i test per la malaria. Attualmente viene sottoposta a una terapia specifica per la fase acuta, ma dovrà assumere in futuro un secondo ciclo di farmaci per evitare che la patologia possa riprendere vigore dopo un breve periodo di latenza.
«E’ il secondo caso nel giro di pochi mesi – aggiunge Rosario Cultrera, professore aggiunto di Malattie Infettive di Unife – il paziente precedente ha già completato tutte le fasi della terapia». In provincia si contano pochi casi all’anno, in media 4-5.
Uno studio non recentissimo, ma sviluppato sull’arco di 13 anni, dal 1999 al 2011, ha conteggiato 1.378 contagi in Emilia Romagna, con tre decessi (2 nel 2003 e 1 nel 2009). A Ferrara, nello stesso arco di tempo, si sono regitrati 55 infezioni, il 4% del totale regionale: 37 i pazienti nati all’estero, 11 erano bimbi o adolescenti (0-14 anni). Il dato conferma la sintesi di medici e specialisti: in Italia ci si ammala per “importazione”, dopo aver fatto un viaggio in Paesi stranieri.
La percentuale di immigrati colpiti dalla malattia che in provincia, nel periodo monitorato, era del 67%, cresce in altre aree fino al 74% di Modena, al 78% di Reggio Emilia, al 79% di Forlì e all’81% di Bologna.
«Si ammalano i viaggiatori che raggiungono gli Stati dove la presenza dell’Anopheles è endemica - spiegano Libanore e Cultrera - in Africa, in particolare, e in alcuni Paesi orientali».
Un grafico che fotografa l’andamento della malattia in regione dal 1983 al 2011 evidenzia alcuni picchi raggiunti nel 1999, nel 2005 e nel 2011. Complessivamente nei quasi 30 anni considerati, l’Emilia Romagna ha fatto registrare una crescita marcata che si è discostata dal profilo nazionale, decisamente più piatto e stabile. Il Plasmodium falciparum è l’agente patogeno più presente anche nei pazienti emiliani e il suo veicolo è la zanzara Anopheles: tra il 1999 e il 2011 è stato il plasmodio che in regione ha contagiato i pazienti con frequenza schiacciante (82.1% del totale), mentre le infezioni causate dagli altri tre parassiti responsabili del contagio (Plasmodio vivax, ovale e malariae), sempre veicolati dalla Anopheles, toccano il 10% e le forme “miste” si fermano al 2%.
Il 92.8% dei pazienti in Emilia Romagna (1999-2011) hanno sviluppato la malattia dopo un viaggio nel continente africano, in particolare in Nigeria, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Burkina Faso. La malaria contratta in Italia è limitata a pochissimi casi, praticamente assenti anche in regione e in provincia, legati allo “sbarco” di insetti, in porti e aeroporti, che hanno trovato un vettore (aereo, nave, bagagli) proveniente da zone dove la patologia è radicata in forma endemica. Evento accidentale potrebbe essere il contagio da trasfusione di sangue infetto, che oggi però viene controllato in un modo che riduce pressochè a zero questa possibilità. Libanore ricorda episodi che hanno assunto un valore nella letteratura medica appunto perché l’infezione contratta in Italia è un evento quasi eccezionale. A parte il caso di Trento-Brescia, oggi al centro della cronaca, cita un contagio risalente a parecchi anni fa fra tossicodipendenti a Milano e un altro nella zona di Orbetello, negli anni ’90. Cultrera e Libanore ritengono «nullo o quasi» il rischio di essere infettati in loco.
«La presenza di insetti in grado di trasmettere la patologia è minima - conclude Cultrera - e comunque chi si è ammalato, qui ha avuto una diagnosi veloce e cure adeguate». (gi.ca.)
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