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«Da plastica fragile a materiale delle meraviglie»

«Da plastica fragile a materiale delle meraviglie»

I ricordi del ricercatore Sergio Foschi, al Natta fin dal 1961 «Tre generazioni di tecnici per migliorare l’invenzione»

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L’invenzione meravigliosa sviluppata nel petrolchimico di Ferrara, il polipropilene isotattico, è frutto del genio di Giulio Natta e dei suoi collaboratori, ma se poi quell’idea si è trasformata in uno dei business industriali più importanti del dopoguerra, modificando radicalmente le abitudini di milioni di persone, lo si deve a decine, centinaia di ricercatori che per tre generazioni hanno lavorato nel Centro ricerche di Ferrara. Sergio Foschi è stato uno dei primi a mettere le mani su quella plastica, «dura ma ancora piuttosto fragile, poco malleabile», contribuendo a ricavarne quel materiale duttile, leggero e resistentissimo alle temperature che ha preso in molti casi il posto del metallo. «Per la casalinga di allora c’era una bella differenza tra un mastello in metallo e uno in Moplen, sia per il peso che per la maneggevolezza: è stata una piccola rivoluzione per tanti oggetti di tutti i giorni» ricorda l’ex ricercatore.

Foschi entrò al Centro ricerche a 20 anni, fresco di studi, nel 1961, a quattro anni dal lancio del polipropilene isotattico. «Mi misero subito al lavoro su questa plastica, eravamo in tanti, almeno un centinaio - sono i suoi ricordi - Ma all’epoca il petrolchimico era davvero enorme, 7-8.000 addetti tra diretti e indiretti, su 30 impianti di produzione che comprendevano un cracking di virgin nafta. Tutta Montecatini, le divisioni tra società sono iniziate dopo. Il nostro compito di tecnici di laboratorio era di migliorare le prestazioni del polipropilene, si ricercava la temperatura adatta, il catalizzatore giusto, si provava a migliorare la tecnologia». Eravate consapevoli, voi che ci lavoravate quotidianamente, di costruire qualcosa di fondamentale per l’industria di allora ma anche per la città? «Certo che lo sapevamo, passavano per la fabbrica tedeschi e americani che venivano a vedere cosa facevamo noi, erano segnali importanti. Natta? Veniva ogni tanto, a Ferrara stavano tutti i suoi allievi che erano poi i miei capi: Giacchetti, Alberti... una grande squadra. Lavoravamo molto sui brevetti, che testimoniano più di ogni altra cosa i livelli di conoscenza e sviluppo raggiunti da un centro ricerche».

Foschi rimase al polipropilene per diversi anni, prima di passare allo sviluppo delle gomme Epdm, che nelle versioni evolute hanno mercato ancora oggi, come testimonia il maxi-investimento di Versalis per la nuova linea produttiva. «Ma certo oggi è cambiato tutto, i catalizzatori sono molto più sofisticati e la tecnologia è rivoluzionata - è la valutazione dell’ex ricercatore, in pensione da tempo - Ci sono volute tre generazioni di sviluppatori per arrivare a questi risultati: bisogna avere fiducia nella ricerca e nel progresso tecnologico, credo che la petrolchimica possa ancora dare lavoro e un futuro all’industria ferrarese, anche se alcuni pezzi si trasferiranno inevitabilmente nei paesi in via di sviluppo dov’è presente la materia prima». Generazioni di ricercatori sono più difficili da ricreare altrove.

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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