I consiglieri non sapevano Archiviato anche Manuzzi
di Daniele Predieri
La decisione del giudice per 44 indagati. A processo 12 ex dirigenti e tecnici Fondazione prosciolta: sapeva tutto, ma nessuna prova del concorso in crac
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Escono tutti dal processo per il crac legato all’aumento di capitale: 44 indagati, e tra questi soprattutto Ennio Manuzzi, vicesipresidente e membro cda, contro il quale era stata presentata l’unica opposizione all’archiviazione. Ieri mattina, dopo poco meno di 24 ore dall’udienza di martedì scorso, il giudice Monica Bighetti ha depositato i due decreti di archiviazione, per Manuzzi e gli altri 43, che di fatto danno il via al processo fissato per il 20 settembre prossimo a carico di 12 ex dirigenti, tecnici di Carife, Valsabbina e CariCesena. Tutti i 44 indagati per i quali era stata chiesta l’archiviazione, dunque, non hanno avuto alcuna responsabilità, nelle irregolarità, falsi, inganni che hanno portato all’aumento di capitale del 2011, per 150 milioni.
Nessun segnale inequivocabile
«Per i componenti di cda e collegi sindacali di Carife, CariCesena e Valsabbina - scrive il gip Bighetti accogliendo la tesi di procura e Guardia di finanza - non vi è prova che queste persone (i 44, ndr) abbiano avuto dei “segnali d’allarme inequivocabili”, dai quali poter quantomeno sospettare seriamente di un comportamento non corretto dei dirigenti (i 12 imputati del processo, che per l’accusa hanno ingannato tutti, cda, collegio sindacale, Bankitalia e Consob) che si sono occupati delle varie fasi dell’aumento di capitale e del comportamento dei vertici degli altri istituti che hanno interagito con esse», le due banche, Valsabbina e CariCesena, che hanno operato lo scambio di azioni.
“Tenuti all’oscuro dai vertici”
Le indagini svolte da procura e Guardi di Finanza hanno permesso di accertare - sottolinea il giudice - che «i consiglieri senza delega e i sindaci sono stati tenuti all’oscuro dai rispettivi “vertici” di dettagli rilevanti inerenti varie fasi delle operazioni di aumento di capitale». Il gip, dunque, conferma quantomeno gli inganni che sono alla base dell’accusa della procura e Guardia di finanza. E il ragionamento vale sia per i consiglieri e collegio sindacale di Carife così come per Valsabbina e CariCesena (i nomi li trovate nella scheda qui sopra). Un capitolo a parte, il gip lo dedica ai due ex dirigenti Fondazione Carife, Piero Puglioli e Guido Reggio, per i quali accoglie l’archiviazione, ma per una sorta di insufficienza di prove, come rilevato dagli inquirenti.
Per Fondazione nessuna prova
«Le indagini (su Fondazione, ndr) non hanno permesso di acquisire elementi sufficienti per provare il concorso nella bancarotta...». «Dagli atti - continua il gip Bighetti - emerge con evidenza che Fondazione aveva espresso la volontà di non supportare l’aumento di capitale acquistando le azioni di nuova emissione, nonostante i solleciti di Banca Italia (Fondazione aveva firmato garanzie in tal senso, ndr)». Fondazione sapeva tutto, e se sapeva delle irregolarità poi contestate, avrebbe dovuto avere un ruolo di concorso morale (di istigazione o promozione). Ma non sono state raggiunte le prove, i riscontri. Anche se, chiude il gip, Fondazione è stata «costantemente informata sull’andamento delle sottoscrizioni e i vertici di Carife (quelli ora sotto processo, ndr) si sono attivati al fine di preservare Fondazione, socio di maggioranza, dall’esborso di risorse per l’eventuale sottoscrizione dell’inoptato», la somma mancante ai 150 milioni.
Tenete fuori la Fondazione
Il giudice non lo scrive, ma lo dicono gli atti: nel settembre 2011, in corsa per arrivare al tetto dei 150 milioni non ancora raggiunto, cominciarono le Grandi manovre per trovare i milioni mancanti e tener fuori Fondazione: venne così inventata la sottoscrizione reciproca con le altre banche, operazione diventata - per l’accusa - il più grave reato: bancarotta per fittizietà del patrimonio, lo scambio di azioni.
Accordo sì, ma non c’è reato
Delle quattro banche che hanno partecipato, solo due sono oggi sotto processo: CariCesena e Valsabbina (sul loro ruolo è in corso lo scontro sui sequestri, vedi a fianco). Per le altre due banche, PopBari e PopCividale, il gip ha accolto l’archiviazione dei due dirigenti. Perchè se è vero che ci fu un accordo nello scambio anche con queste due banche, avvenne con modalità diverse da quelle di CariCesena e Valsabbina, per cui non è configurabile il reato.
Nessun segnale inequivocabile
«Per i componenti di cda e collegi sindacali di Carife, CariCesena e Valsabbina - scrive il gip Bighetti accogliendo la tesi di procura e Guardia di finanza - non vi è prova che queste persone (i 44, ndr) abbiano avuto dei “segnali d’allarme inequivocabili”, dai quali poter quantomeno sospettare seriamente di un comportamento non corretto dei dirigenti (i 12 imputati del processo, che per l’accusa hanno ingannato tutti, cda, collegio sindacale, Bankitalia e Consob) che si sono occupati delle varie fasi dell’aumento di capitale e del comportamento dei vertici degli altri istituti che hanno interagito con esse», le due banche, Valsabbina e CariCesena, che hanno operato lo scambio di azioni.
“Tenuti all’oscuro dai vertici”
Le indagini svolte da procura e Guardi di Finanza hanno permesso di accertare - sottolinea il giudice - che «i consiglieri senza delega e i sindaci sono stati tenuti all’oscuro dai rispettivi “vertici” di dettagli rilevanti inerenti varie fasi delle operazioni di aumento di capitale». Il gip, dunque, conferma quantomeno gli inganni che sono alla base dell’accusa della procura e Guardia di finanza. E il ragionamento vale sia per i consiglieri e collegio sindacale di Carife così come per Valsabbina e CariCesena (i nomi li trovate nella scheda qui sopra). Un capitolo a parte, il gip lo dedica ai due ex dirigenti Fondazione Carife, Piero Puglioli e Guido Reggio, per i quali accoglie l’archiviazione, ma per una sorta di insufficienza di prove, come rilevato dagli inquirenti.
Per Fondazione nessuna prova
«Le indagini (su Fondazione, ndr) non hanno permesso di acquisire elementi sufficienti per provare il concorso nella bancarotta...». «Dagli atti - continua il gip Bighetti - emerge con evidenza che Fondazione aveva espresso la volontà di non supportare l’aumento di capitale acquistando le azioni di nuova emissione, nonostante i solleciti di Banca Italia (Fondazione aveva firmato garanzie in tal senso, ndr)». Fondazione sapeva tutto, e se sapeva delle irregolarità poi contestate, avrebbe dovuto avere un ruolo di concorso morale (di istigazione o promozione). Ma non sono state raggiunte le prove, i riscontri. Anche se, chiude il gip, Fondazione è stata «costantemente informata sull’andamento delle sottoscrizioni e i vertici di Carife (quelli ora sotto processo, ndr) si sono attivati al fine di preservare Fondazione, socio di maggioranza, dall’esborso di risorse per l’eventuale sottoscrizione dell’inoptato», la somma mancante ai 150 milioni.
Tenete fuori la Fondazione
Il giudice non lo scrive, ma lo dicono gli atti: nel settembre 2011, in corsa per arrivare al tetto dei 150 milioni non ancora raggiunto, cominciarono le Grandi manovre per trovare i milioni mancanti e tener fuori Fondazione: venne così inventata la sottoscrizione reciproca con le altre banche, operazione diventata - per l’accusa - il più grave reato: bancarotta per fittizietà del patrimonio, lo scambio di azioni.
Accordo sì, ma non c’è reato
Delle quattro banche che hanno partecipato, solo due sono oggi sotto processo: CariCesena e Valsabbina (sul loro ruolo è in corso lo scontro sui sequestri, vedi a fianco). Per le altre due banche, PopBari e PopCividale, il gip ha accolto l’archiviazione dei due dirigenti. Perchè se è vero che ci fu un accordo nello scambio anche con queste due banche, avvenne con modalità diverse da quelle di CariCesena e Valsabbina, per cui non è configurabile il reato.
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