«Temevamo di dover morire»
Cento, i cuochi sono rientrati dai Caraibi: è stato terribile, l’uragano ci ha portato via anche il lavoro
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CENTO. Sabato sera hanno finalmente riabbracciato i loro cari, 11 giorni dopo che l’uragano Irma ha distrutto le loro vite nell’Isola di Saint Martin. Il 25enne Fabio Filippini ed il 24enne Ennio Sbriglia, entrambi centesi, nell’isola caraibica lavoravano come pizzaioli, Fabio ormai da un anno, l’amico Ennio lo aveva raggiunto prima dell’estate. Le 10 ore di uragano hanno distrutto l’isola, ma anche l’appartamento dove abitavano, i mobili che vi avevano messo dentro, l’automobile che avevano acquistato e con lo stop al turismo hanno perso anche il lavoro. Sabato pomeriggio i loro cari li sono andati a prendere in aeroporto a Milano, dopo l’ultima travagliata parte di odissea, con i due voli, Martinica-Parigi e poi Parigi-Milano. E ieri pomeriggio i due giovani centesi sono venuti in redazione alla Nuova Ferrara per raccontare la loro tragica avventura.
«Sono state dieci ore di paura, quando l’uragano ha ripreso forza - dice Fabio -, ho pensato veramente che saremmo morti. Sapevamo che l’uragano era in arrivo, ma in isola erano abituati, ci avevano detto di barricarci in casa, fare scorta di torce, candele e acqua. Ma nessuno credeva ad una cosa del genere. La nostra abitazione ha i muri esterni veri, ma il resto era in cartongesso e sopra c’era un appartamento non finito».
«Ci siamo chiusi nella stanza di Fabio - spiega Ennio -, con l’unica finestra chiusa con un materasso. Sentivamo rumori terribili. Poi ad un certo punto siamo andati in bagno, che era sì di cartongesso ma guardava verso l’interno. Il nostro divano è volato via poi è stato riportato nello stesso punto. La porta tremava nonostante fosse stata barricata. La gente ha parlato di venti che andavano a 350 km orari. La nostra fortuna è stata quella di poter andare nella casa di un calabrese, realizzata da italiani e molto più solida. Non fossimo andati lì non so proprio come sarebbe andata a finire».
L’Isola di Saint Martin ha riavuto la luce, non ovunque, solo lunedì e l’acqua soltanto sabato. Immaginarsi la fatica per sopravvivere in quei giorni...
«Il condominio dove eravamo - spiega Ennio -, aveva una piscina in cui entrava l’acqua piovana: ci lavavamo là e il bagno era ovviamente all’aperto. Purtroppo quando è arrivato José (il secondo uragano, ndr) gli animali si riparavano in casa, le formiche erano tantissime, ma anche le tarantole, dovevamo controllare il letto prima di dormire».
«Il vero problema è stato però il cibo - aggiunge Fabio -, prima di partire siamo stati un giorno e mezzo senza mangiare. Una volta siamo andati a prendere scatolette e altri alimenti a lunga scadenza in un supermercato abbandonato, ma giravamo con dei coltelli, perché era molto pericoloso aggirarsi per strada. Morti? Non lo sappiamo, giravano tante voci, persone trovate in acqua in una laguna interna e altre vittime nelle baracche».
Vi abbiamo seguito da qui e ci è parso da capire che l’Italia si è dimenticata di voi.
«Non abbiamo avuto alcuna indicazione - dicono -, dopo i primi contatti con il consolato italiano in Florida (ringraziamo il console Gloria Bellelli, al pari di Andrea Natale che ha creato la pagina Facebook "Italia Aiuta" e Mariagiovanna della Croce Rossa) non abbiamo avuto alcun rapporto. Da una coppia di turisti riminesi abbiamo saputo che partivano aerei militari francesi, così siamo andati all’aeroporto e finalmente siamo riusciti a raccogliere le poche cose rimaste ed a volare in Martinica. Lì ci hanno trattato bene, hanno subito registrato i nostri nomi e la nostra destinazione, l’hotel ci ha ospitato gratis e dopo alcuni giorni siamo riusciti a partire direzione Parigi. Unico disguido il console italiano in Martinica che ci ha chiesto soldi per il volo, ma poi il prefetto francese dell’isola ha detto che era tutto pagato».
Siete a Cento con i vostri cari, ma avete perso auto, denaro e siete senza un lavoro...
«Fino a dicembre l’isola di Saint Martin sarà isolata e anche dopo sarà dura che riprenda il turismo. Noi là stavamo bene e comunque - chiudono - preferiamo lavorare all’estero, già in Martinica abbiamo visto che ci sono delle possibilità. Saremmo pronti a partire anche domani».
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