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Ferrara, quando il calcio è integrazione

di Davide Bonesi
Ferrara, quando il calcio è integrazione

A Santa Maria Codifiume gioca lo Sporting Argenta, composto solo da rifugiati. L’ideatore è Patelli di Bando: «Sono bravi ragazzi, che meritano un futuro qui»

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BOLOGNA. La maggior parte non è ancora maggiorenne o i 18 anni li ha compiuti da poco. La maggior parte non ha genitori oppure sono stati questi ultimi a mandarli nel nostro Paese, per permettere loro un futuro migliore rispetto a quello della loro nazione d’origine. E poi c’è una persona amante del calcio, un argentano doc (vive a Bando), che approfittando della rinuncia al campionato di calcio del Santa Maria Codifiume ha ben pensato di iscrivere la squadra, allestendo poi la rosa con ragazzi ospitati in strutture di accoglienza tra Ferrara e Bologna.

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Stiamo parlando di Bruno Patelli e della realtà dello Sporting Argenta, che durante la settimana si allena al campo del famigerato quartiere Pilastro di Bologna, ma gioca le gare interne a Santa Maria Codifiume. «E di questo devo ringraziare il presidente della società, Marco Montanari, e gli altri dirigenti rimasti che ci hanno accolti a braccia aperte. Finora in paese c’è curiosità, chiaro ci aspettano tutti al varco, ma per integrare i ragazzi la domenica pranziamo al campo e facciamo sempre una capatina in uno dei bar del paese. Sono ragazzi e aggiungo anche bravi, d’altronde arrivano da Paesi devastati dalla guerra e non oso immaginare cosa possano aver visto...».

La rosa è composta da una ventina di ragazzi, ma non mancano i problemi burocratici, gli ultimi di una lunga serie relativi al mancato tesseramento dei minorenni:  «È incredibile - spiega -, di squadre come queste ce ne sono pochissime in tutta Italia. Aderiamo ad un progetto realizzato da Coni e Ministero, questi ragazzi potrebbero lavorare, ma non giocare a calcio, perché la Federazione calcio ci sta mettendo paletti di tutti i tipi. Per tesserare i minorenni ci chiedono le firme dei genitori, le stesse persone che hanno mandato i loro figli qui come rifugiati per provare ad assicurare loro un futuro migliore. Vengono da Costa d’Avorio, Ghana, Camerun, Nigeria, Congo, chi li trova i genitori per le firme? Il nostro è un servizio sociale, molti di questi ragazzi vanno a scuola, imparano la lingua, fanno corsi di lavori specifici e quelli che non fanno niente almeno sono impegnati al campo, a praticare sport, non capisco perché ci siano questi problemi. E attenzione, alcuni di loro sono dei talenti, uno è già opzionato da un club di serie C, altri potrebbero già andare in serie D a dicembre».

Insomma, al di là del progetto sociale potrebbe anche scaturirne un guadagno... «No no, freniamo. Alle società chiedo la garanzia di trovare un lavoro a questi ragazzi, non vogliamo niente. Ho creato un codice etico: a fine anno sono liberi, lo faccio perché ci credo».

I ragazzi sono ospitati in strutture gestite da cooperative (la maggior parte delle quali Camelot) e appena si è sparsa la voce non mancano le segnalazioni: «Ce ne propongono a decine, ogni tanto facciamo provini ma il tempo non è mai abbastanza. Ora l’obiettivo è creare un gruppo, fra loro parlano in francese ma sono di nazionalità diverse e gli stiamo spiegando a giocare d’assieme, senza divisioni. Vengono qui con mezzi pubblici, all’inizio non facevano la doccia, da buon padre ho spiegato loro che non possono andare in autobus sporchi dopo l’allenamento. D’altronde a certe cose non sono abituati, pensate che hanno solo un paio di scarpe, non so come faranno con i campi pesanti, d’altronde il poco materiale sportivo che abbiamo è frutto di regali, spero ci arrivino degli aiuti...».

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