Fiume da pulire per evitare guai
Argenta, è indispensabile togliere il legname che si ferma sui piloni dei quattro ponti nel territorio
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ARGENTA. Il Reno genera preoccupazione? L’ultimo test che ha detto(metaforicamente) state tranquilli perché gli argini sono controllati, è datato febbraio 2014. Giorni che risultarono all’apice di una serie di ondate di piena da mobilitare la Protezione Civile e fatto scattare dalle poltrone il mondo della politica locale e non. Proprio in quell’occasione, i quattro ponti sul Reno, furono guardati a vista per le dighe di legna che si formarono a ridosso dei piloni. Legname di tutte le misure nato e cresciuto nel Reno, trascinato a valle dalla corrente ma che, trovando ponti a 4-5 arcate, non trova sbocchi e si ferma lì, costringendo l’acqua a ruotare e a “grattare” contro l’argine. Partendo da monte, il primo ponte del fiume che si trova sul territorio argentano, ad essere imbragato da tronchi e rami, è il ponte di via Fascinata a Santa Maria Codifiume. Le conseguenze provocate dall’ostruzione, si presentarono a novembre del 2014, quando a pochi metri dall’ultimo pilone, si verificò un pericoloso smottamento dell’argine maestro. La soluzione? Chiuso il ponte con tutte le immaginabili conseguenze per la viabilità e le realtà produttive. Immediato fu l’intervento di somma urgenza della Protezione Civile. Scendendo verso il mare, l’altro ponte è a Traghetto e sulla piena, oltre alla solita legna ferma fra i piloni, “navigava” anche un bombola di gpl. Ancora più giù, si arriva al ponte sulla Cardinala, tra Argenta e Campotto, dove il fiume s’allarga e s’infittisce di vegetazione secca e verde. Nuove dighe anche se meno vistose tra i piloni e tutti a sperare che la piena se le porti via al più presto. Non è così a San Biagio, all’altro ponte della Bastia, a pochi metri dalla confluenza con i torrenti Idice e Sillaro. Qui, per anni, non si è fatto niente per evitare che si formassero le dighe, solo interventi liberatori e urgenti ma niente prevenzione. L’acqua costretta dalle dighe di legna a “grattare” gli argini, provocò pericolose anse negli argini tant’è che la Regione decise di intervenire con un massiccia operazione di messa in sicurezza. Lavori che se da una parte riportarono la tranquillità, dall’altra non impedirono che a causa della boscaglia, si formassero nuove dighe come è successo il 21 febbraio di quest’anno. Ultimo ponte “argentano” a Madonna del Bosco, ad Anita e il fiume, qui, è pulito e solo nel novembre 2014, dopo un’ispezione subacquea dei pompieri, la Provincia di Ravenna, decise di intervenire perché c’erano tronchi conficcati nel letto del fiume che costringevano l’acqua a logorare l’unico pilone del ponte.
Tornando alla fitta ed intoccabile vegetazione del Reno argentano durante la recente fiera di Argenta, si è tenuto un convegno sulle biomasse residuali. Tema che interessa molto la centrale elettrica di Bando. Una società, la San Marco Bioenergie che a sue spese, già pulisce e recupera la legna degli alberi comunali. Dal convegno, con forza, è emersa la necessità di incrementare l’utilizzo di biomasse residuali, specie quelle che favoriscono la sicurezza idraulica come nel caso del Reno. Giuseppe Toscano, che dirige il laboratorio Biomasse dell'Università Politecnica delle Marche, nel riportare i risultati di uno studio, ha evidenziato come la maggior sostenibilità si ha per le filiere che impiegano biomasse residuali, raccolte su distanze brevi (il Reno da Bando è a 7-8 km; ndr) e mediante l’impiego di mezzi di grandi capacità.
Giorgio Carnaroli
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Tornando alla fitta ed intoccabile vegetazione del Reno argentano durante la recente fiera di Argenta, si è tenuto un convegno sulle biomasse residuali. Tema che interessa molto la centrale elettrica di Bando. Una società, la San Marco Bioenergie che a sue spese, già pulisce e recupera la legna degli alberi comunali. Dal convegno, con forza, è emersa la necessità di incrementare l’utilizzo di biomasse residuali, specie quelle che favoriscono la sicurezza idraulica come nel caso del Reno. Giuseppe Toscano, che dirige il laboratorio Biomasse dell'Università Politecnica delle Marche, nel riportare i risultati di uno studio, ha evidenziato come la maggior sostenibilità si ha per le filiere che impiegano biomasse residuali, raccolte su distanze brevi (il Reno da Bando è a 7-8 km; ndr) e mediante l’impiego di mezzi di grandi capacità.
Giorgio Carnaroli
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