«Il ricordo dei nostri cari nell’inferno dei gulag»
Parlano i parenti dei militari ferraresi deportati in Kazakistan. Sabato l’apertura della mostra al Museo del Risorgimento su una tragedia dimenticata
FERRARA. «Mio padre riuscì a tornare a Ro, il paese natale, dal Gulag 99 in Kazakistan nel 1945, dopo tre anni di permanenza». A parlare così è Andrea Mantovani, figlio di Mario, che è mancato nel 1987. L’occasione è data dall’inaugurazione della mostra fotografica “La tragedia dimenticata - Gli italiani di Crimea”, ospitata presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza. Il figlio ricorda che il padre in seguito al ritorno non raccontò molto di quei lunghi e difficili anni. «Mio padre - continua Andrea - era un mutilato di guerra perché aveva subito il congelamento dei piedi e tra le poche cose che mi raccontava, c’era la difficoltà di sopravvivere; molti suoi compagni si addormentavano e in questo modo non si risvegliavano più, perché bisognava stare svegli per scaldarsi a vicenda».
Questo è uno dei tanti ricordi dei parenti che hanno avuto i loro cari, soldati dell’esercito italiano in Russia durante la seconda guerra mondiale, che erano stati dati per dispersi e invece erano stati catturati dalle truppe societiche e internati nei gulag in Kazakistan nei gulag. Gli stessi gulag nei quali il 29 gennaio 1942 circa tremila italiani che vivevano da tempo in Crimea vennero deportati dopo essere stati prelevati dalle loro case. E dopo un viaggio durato mesi, portati in Kazakistan, destinati ai lavori forzati.
Il gulag del Kazakistan, come spiegato dal giornalista di RadioUno, Stefano Mensurati, «era grande quanto la Lombardia e il Piemonte messi insieme, e le persone venivano spostate da una parte all’altra per svolgere le varie mansioni che servivano. Gli italiani di Crimea vi rimasero fino alla metà degli anni ’50 e dati ufficiali del ministero russo del 1993 dicono che dal Kazakistan solo 78 persone tornarono in Crimea, mentre il numero dei deportati oscillava tra 1500 e 2000, per cui solo 150 persone sono sopravvissute».
Con loro i militari italiani catturati. E di questi nove erano ferraresi: di loro sapeva più nulla, risultavano dispersi in guerra. Ora i loro parenti hanno potuto apprendere l’ufficialità della loro scomparsa. Tra gli scomparsi ci sono Raimondo Barboni, di Codigoro, Quirico Bigoni di Lagosanto, Rodibrando Cattabriga di Dosso, Guido Farinelli di Codigoro, Giorgio Geroni di Sant’Agostino, Enea Grassi di Santa Maria Codifiume, Mario Mantovani di Ro, Venceslao Pacchiella di Mesola, Servini Nanshes o Nanchez, (traslitterato dal russo, di provenienza incerta perché il documento recita Col Ferrarese). La nipote di Enea Grassi, Anna, ricorda come «mio padre, fratello di Enea, fece subito delle ricerche, appena arrivavano i soldati chiedeva se c’erano notizie di mio zio, ma non si seppe più nulla e si disse che era disperso».
Dello zio Enea la signora Anna non conserva molti ricordi perché era molto piccola quando lo zio partì, «però con i nonni e i miei genitori nelle conversazioni era sempre presente il suo ricordo, e lo abbiamo commemorato in ogni occasione e con una lapide alla tomba di famiglia». Ieri al Museo del Risorgimento e della Resistenza c’erano anche i figli di Venceslao Pacchiella, Francesco e Benito.
«Ora ci hanno detto che era morto, mentre le altre ricerche non avevano mai dato esito. L’unica informazione che avevamo è che nostro padre fu il primo disperso della provincia di Ferrara». I ricordi dei figli sul loro padre scarseggiano, perché era un militare semplice che veniva spesso arruolato al fronte. «Non ho ricordi di lui se non in abiti militari - racconta Francesco - non credo di averlo mai visto in borghese. Ricordo però un particolare, suonava l’oboe. Le sue licenze erano brevissime, di ritorno dall’ex Jugoslavia ha avuto un licenza di 24 ore. Ora abbiamo avuto la certezza della morte in Russia, ma abbiamo sempre sospettato, soprattutto nostra madre, che fosse deceduto».
Tra le testimonianze anche quella della presidente onoraria dell’associazione Dante Alighieri, Luisa Carrà, che ha ricordato il fratello Edgardo. «L’ho visto l’ultima volta che avevo 5/6 anni, mi portò un astuccio per le penne, mi mise in piedi sul lavandino della cucina. Questo è l’ultimo e unico ricordo che ho di mio fratello. Era in un campo di concentramento, morto per malattia, ci hanno mandato i dati 10/15 anni fa».
Veronica Capucci
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