Finisce l’autopsia «Sarà l’ultimo viaggio con mio fratello»
di Annarita Bova
Boccaleone, entro la fine di novembre arriveranno i risultati La sorella Donata: «La verità è vicina. Finalmente giustizia»
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BOCCALEONE. «Sarà l’ultimo viaggio che la famiglia farà con Denis. Dopo 28 anni di giustizia negata, poi, finalmente sapremo la verità». Ha la voce rotta dall’emozione Donata Bergamini, sorella di Denis, il calciatore morto il 18 novembre 1989 sulla Statale 106 Jonica in località Roseto Capo Spulico. Oggi all’Istituto di Medicina legale di Ferrara quello che dovrebbe essere l’ultimo appuntamento con l’autopsia ed entro la fine di novembre «tutto sarà più chiaro».
Quando Denis morì, dissero che fu suicidio, che il centrocampista del Cosenza si buttò sotto a un camion e il caso fu chiuso: «Nessuno di noi ci ha mai creduto - continua Donata Bergamini - ed è per questo che abbiamo iniziato la nostra lotta per conoscere la verità. Lotta che portiamo avanti non solo per Denis, ma per tutte quelle madri, quei padri, figli e sorelle che hanno diritto di sapere. La nostra è una battaglia di tutti».
Dopo 28 anni è il corpo di Denis Bergamini a raccontare «una storia diversa da quella scritta dalle prime indagini sul caso - aggiunge il legale della famiglia, l’avvocato Fabio Anselmo -. Siamo vicini alla verità, molto vicini ed è completamente diversa da quella raccontata».
Il cadavere del centrocampista del Cosenza, è stato riesumato l’11 luglio scorso su disposizione del Procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla e sottoposto a nuovi esami: oggi gli ultimi, entro fine novembre gli esiti della complessa autopsia, fatta di accertamenti sulle parti della salma prelevate la scorsa estate, ai quali la sorella Donata è stata sempre presente, ogni momento, in silenzio, ma ascoltando e osservando: «Per la prima volta nutro fiducia nella Procura di Castrovillari - continua la Bergamini -, dopo due volte di negata verità, sono certa che la svolta è vicina. In questi anni di porte chiuse e di grandi difficoltà ho capito che la differenza la fanno le persone e che ce ne sono tante di serie e oneste. Sono le persone che fanno la differenza e prima o poi quelle giuste si trovano». Infine, «chi non è colpito da dolori così grandi non può arrivare a comprendere il perché si continua a lottare contro i mulini a vento».
L’ipotesi è che il giocatore in quella notte di fine anni Ottanta non si sarebbe fatto travolgere volontariamente da un camion in transito lungo la statale 106 Jonica, come finora si è ritenuto; la sua morte sarebbe stata provocata da un “omicidio aggravato premeditato in concorso”.
Quando Denis morì, dissero che fu suicidio, che il centrocampista del Cosenza si buttò sotto a un camion e il caso fu chiuso: «Nessuno di noi ci ha mai creduto - continua Donata Bergamini - ed è per questo che abbiamo iniziato la nostra lotta per conoscere la verità. Lotta che portiamo avanti non solo per Denis, ma per tutte quelle madri, quei padri, figli e sorelle che hanno diritto di sapere. La nostra è una battaglia di tutti».
Dopo 28 anni è il corpo di Denis Bergamini a raccontare «una storia diversa da quella scritta dalle prime indagini sul caso - aggiunge il legale della famiglia, l’avvocato Fabio Anselmo -. Siamo vicini alla verità, molto vicini ed è completamente diversa da quella raccontata».
Il cadavere del centrocampista del Cosenza, è stato riesumato l’11 luglio scorso su disposizione del Procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla e sottoposto a nuovi esami: oggi gli ultimi, entro fine novembre gli esiti della complessa autopsia, fatta di accertamenti sulle parti della salma prelevate la scorsa estate, ai quali la sorella Donata è stata sempre presente, ogni momento, in silenzio, ma ascoltando e osservando: «Per la prima volta nutro fiducia nella Procura di Castrovillari - continua la Bergamini -, dopo due volte di negata verità, sono certa che la svolta è vicina. In questi anni di porte chiuse e di grandi difficoltà ho capito che la differenza la fanno le persone e che ce ne sono tante di serie e oneste. Sono le persone che fanno la differenza e prima o poi quelle giuste si trovano». Infine, «chi non è colpito da dolori così grandi non può arrivare a comprendere il perché si continua a lottare contro i mulini a vento».
L’ipotesi è che il giocatore in quella notte di fine anni Ottanta non si sarebbe fatto travolgere volontariamente da un camion in transito lungo la statale 106 Jonica, come finora si è ritenuto; la sua morte sarebbe stata provocata da un “omicidio aggravato premeditato in concorso”.
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