«Lo hanno arrestato e siamo tornati a vivere»
Stalking di quartiere in via Rambaldi, al processo le testimonianze delle vittime «Conigli uccisi a pugni, minacce e insulti. Per la paura mi sono ammalata»
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Comprare una casa nuova e scoprire di essere andati ad abitare all’inferno. Sembra quasi la trama di un film dell’orrore, di quelli in cui il vicino della porta accanto si trasforma in un incubo, il racconto agghiacciante che ieri ha consegnato al giudice Giacomelli una delle vittime dello stalker di via Rambaldi. Carlo Dedoni, già condannato per lesioni ai danni di un altro vicino, è a processo insieme alla moglie Virginia Cerasi. Quattro le persone offese che si sono costituite parte civile con l’avvocato Patrizia Micai: le coppie Cristiana Vici-Antonio Faedda e Rita Volpi-Gian Roberto Luzi, ma molti altri residenti del quartiere dello stalking in passato avevano subito le minacce e le sopraffazioni dei due coniugi ora alla sbarra.
Ne ha dato una descrizione da brividi Cristiana Vici, la prima delle vittime chiamate a testimoniare. «Da quando lo hanno arrestato, siamo rinati», dice rispondendo al vice procuratore onorario Alessandro Rossetti. Ma quegli anni di violente angherie le sono costati disturbi ansiosi e l’insorgere di una patologia autoimmune legata al forte stress, oltre a costringerla a cambiare radicalmente le proprie abitudini. La sua “colpa”? Aver segnalato alle autorità competenti il macello abusivo che Dedoni aveva allestito in giardino, ammazzando oche, galline e conigli a pugni, eviscerandoli e appendendo le carcasse davanti alle loro case, a disposizione del figlio minore che li usava come sacchi da boxe. Mentre i ratti si avventuravano fino alla soglia delle abitazioni. «Ci era stato detto che nessuno interveniva perché la Cerasi è dipendente Asl», ha riferito la signora Vici al giudice.
Invece alla fine il macello illegale è stato smantellato proprio su intervento dell’Asl «ma da quel momento io ho smesso di vivere. Attraverso un accesso agli atti i Dedoni hanno visto le lettere che avevo scritto alle istituzioni, senza peraltro ricevere risposta, e sono finita nel mirino». Minacce di morte, insulti irripetibili, gesti osceni, estesi a tutto il vicinato. «Rita Volpi (altra parte civile) è stata brutalmente picchiata dalla Cerasi perché stava fotografando la loro auto stipata di galline, il signor Luzi, già di salute cagionevole, è stato aggredito con un mazzo di chiavi ricevendo una profonda ferita a un braccio».
Impossibile lasciare i nipotini a giocare in veranda, proprio sopra il giardino del Dedoni, per via di liti familiari oscene e per le carcasse di coniglio appese in bella vista. E poi la puzza di fumo che invade le abitazioni a causa dei mobili di recupero (pieni di colla) che vengono bruciati in un forno esterno sempre acceso; una trombetta da stadio suonata in piena notte, una radio a tutto volume posta in una cassetta metallica, a mo’ di amplificatore. «Non uscivo più di casa dalla paura, eravamo costretti a tenere le finestre sigillate anche in estate». Il tentativo di ricavare un po’ di privacy, realizzando una veranda, le costa pure una denuncia «perché non sapevo ci volesse il permesso. Sono stata indagata e abbiamo buttato giù tutto». Alla furia insultante di Dedoni non scampa nemmeno il maresciallo della stazione dei carabinieri di Porotto, che peraltro - dopo la bonifica del macello abusivo, aveva cercato una mediazione. «Ma la Cerasi rispose: “E guerra”». E così è stato, per troppi anni.
Ne ha dato una descrizione da brividi Cristiana Vici, la prima delle vittime chiamate a testimoniare. «Da quando lo hanno arrestato, siamo rinati», dice rispondendo al vice procuratore onorario Alessandro Rossetti. Ma quegli anni di violente angherie le sono costati disturbi ansiosi e l’insorgere di una patologia autoimmune legata al forte stress, oltre a costringerla a cambiare radicalmente le proprie abitudini. La sua “colpa”? Aver segnalato alle autorità competenti il macello abusivo che Dedoni aveva allestito in giardino, ammazzando oche, galline e conigli a pugni, eviscerandoli e appendendo le carcasse davanti alle loro case, a disposizione del figlio minore che li usava come sacchi da boxe. Mentre i ratti si avventuravano fino alla soglia delle abitazioni. «Ci era stato detto che nessuno interveniva perché la Cerasi è dipendente Asl», ha riferito la signora Vici al giudice.
Invece alla fine il macello illegale è stato smantellato proprio su intervento dell’Asl «ma da quel momento io ho smesso di vivere. Attraverso un accesso agli atti i Dedoni hanno visto le lettere che avevo scritto alle istituzioni, senza peraltro ricevere risposta, e sono finita nel mirino». Minacce di morte, insulti irripetibili, gesti osceni, estesi a tutto il vicinato. «Rita Volpi (altra parte civile) è stata brutalmente picchiata dalla Cerasi perché stava fotografando la loro auto stipata di galline, il signor Luzi, già di salute cagionevole, è stato aggredito con un mazzo di chiavi ricevendo una profonda ferita a un braccio».
Impossibile lasciare i nipotini a giocare in veranda, proprio sopra il giardino del Dedoni, per via di liti familiari oscene e per le carcasse di coniglio appese in bella vista. E poi la puzza di fumo che invade le abitazioni a causa dei mobili di recupero (pieni di colla) che vengono bruciati in un forno esterno sempre acceso; una trombetta da stadio suonata in piena notte, una radio a tutto volume posta in una cassetta metallica, a mo’ di amplificatore. «Non uscivo più di casa dalla paura, eravamo costretti a tenere le finestre sigillate anche in estate». Il tentativo di ricavare un po’ di privacy, realizzando una veranda, le costa pure una denuncia «perché non sapevo ci volesse il permesso. Sono stata indagata e abbiamo buttato giù tutto». Alla furia insultante di Dedoni non scampa nemmeno il maresciallo della stazione dei carabinieri di Porotto, che peraltro - dopo la bonifica del macello abusivo, aveva cercato una mediazione. «Ma la Cerasi rispose: “E guerra”». E così è stato, per troppi anni.
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