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Un bambino su tre è straniero. La scuola è multiculturale

Un bambino su tre è straniero. La scuola è multiculturale

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FERRARA. Un bambino su tre iscritto alle materne comunali è straniero (esattamente 260 su 759, pari al 34,2%), mentre ai nidi lo è uno su quattro (209 su 764, per un 27,3%). Quanto ai più grandicelli, vale il dato degli istituti comprensivi, che inglobano i cicli dell’obbligo: qui siamo a quota 15% (1.216 su 8.118). Le statistiche del 2016-17 testimoniano una realtà in profondo cambiamento. «In realtà negli ultimi due-tre anni notiamo una stabilizzazione della presenza di stranieri, la cui crescita era iniziata agli inizi del decennio Duemila», dice Tullio Monini, responsabile dell’ufficio comunale che si occupa di integrazione scolastica, una questione su cui si gioca buona parte del futuro di tutti. «Non siamo più in emergenza, queste sono presenze strutturali», sostiene l’assessore alla pubblica istruzione Cristina Corazzari. Va precisato che la definizione di studente straniero è troppo generica: dentro c’è un po’ tutto, sia chi è nato in Italia (oltre la metà) e frequentando fin da piccolo raggiunge risultati anche eccellenti, sia chi entra in classe, magari alle medie in seguito a un ricongiungimento familiare, senza sapere una parola della nostra lingua. Peraltro quest’anno all’appello rispondono per la prima volta bimbi figli di richiedenti asilo, ma anche minori non accompagnati.

L’ufficio alunni stranieri mette in campo diversi progetti, tra l’altro per prevenire eventuali conflitti con i “colleghi” italiani e le loro famiglie: laboratori di alfabetizzazione per i neo arrivati, sistemi di valutazione contro il rischio di abbandoni, formazione degli insegnanti, anche corsi di lingua italiana in favore dei genitori. «Puntiamo – spiega l’assessore – a governare questi fenomeni, che presentano una distribuzione disomogenea». Un esempio: gli iscritti non italiani al comprensivo Govoni (zona Gad) sono il 29,9% del totale, alla de Pisis (via Bologna) il 21,3%, mentre all’Alighieri e al Don Milani siamo attorno al 5%. Influiscono fattori che vanno oltre la mera residenza, come la raggiungibilità e il tentativo delle diverse comunità nazionali di aggregarsi. L’obiettivo delle istituzioni è correggere un po’ alla volta queste tendenze per evitare concentrazioni eccessive. «Una parola d’ordine è reciprocità – dice la Corazzari – perché con l’integrazione a senso unico non si va da nessuna parte. Il nostro è anche un lavoro di prevenzione del rischio: una famiglia straniera che si ricongiunge è un fatto positivo e un bimbo che va a scuola ci fa fare un passo avanti». Tra l’altro la loro presenza, aggiunge Monini, «ci consente di tenere aperte scuole che rischierebbero di chiudere».

Fabio Terminali
 

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