Profughi e lavoro: corsa a ostacoli
La morte del giovane assunto nei campi svela un ginepraio. Impiego possibile ma se è continuativo si perde l’assistenza
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FERRARA. La tragica morte di un giovane richiedente asilo in un frutteto di Cornacervina accende i fari su un capitolo poco conosciuto anche tra gli operatori dell’accoglienza: gli spazi d’impiego per queste persone, che risiedono nelle comunità locali per molti mesi, in certi casi anni. Il 31enne nigeriano morto per malore l’altro giorno era stato assunto con un contratto a tempo determinato, e già questa circostanza smentisce la convinzione comune che i richiedenti asilo non possano lavorare. «In realtà non è così - spiega don Domenico Bedin, fondatore dell’associazione Viale K e di altre realtà impegnate nell’accoglienza - Una volta in possesso del permesso C3, il documento d’identificazione rilasciato dalle Questure in genere dopo qualche mese dall’arrivo, i richiedenti asilo possono proporsi ai datori di lavoro per contratti regolari, in attesa del pronunciamento sulla loro domanda di asilo. Il problema sta nel fatto che, quando cominciano a guadagnare con una certa regolarità, queste persone rischiano di essere escluse dal programma di assistenza».
La procedura non è in realtà automatica, dipende dal tipo di contratto e dai margini di tolleranza delle autorità locali. Il prefetto Michele Tortora, ad esempio, ha dettato una linea di flessibilità: «Abbiamo sempre dedicato grande attenzione al tema del lavoro regolare dei profughi, e devo dire che fino ad oggi non sono emersi nella nostra provincia casi di inquadramenti irregolari. Per quanto riguarda le ricadute sul programma di assistenza dei contratti, in determinate occasioni abbiamo deciso di mantenere il richiedente asilo all’interno del programma, almeno finché la sua posizione lavorativa non si fosse eventualmente stabilizzata». A Ferrara, dunque, non solo il richiedente asilo può essere messo in regola, ma anche mantenere vitto, alloggio e benefici correlati (corsi di lingua, pocket money, assistenza legale ecc.), sempre che non si leghi in maniera continuativa al datore di lavoro. In effetti nel caso di Cornacervina è emerso come i richiedenti asilo si offrano come braccianti per periodi di tempo limitati, con impegno saltuario e a volta senza dare continuità alla prestazione lavorativa.
Il problema di come impiegare al meglio queste persone, dunque, rimane, anche se per don Bedin una soluzione ci sarebbe: «Basterebbe utilizzare uno strumento già esistente, cioè i tirocini formativi, che sono equiparati ad attività scolastica e come tale non interferiscono nel programma di assistenza. Inail dà la copertura assicurativa gratuita, è prevista la figura del tutor in grado di seguire i ragazzi nell’apprendimento e restano spazi anche per lo studio dell’italiano, che è fondamentale. È un modo per tutelare sia il profugo che il datore di lavoro, perché bisogna dirlo: noi gestori dell’accoglienza vediamo i ragazzi alzarsi alla mattina e andare alla ricerca di un lavoro, ma non sappiamo nulla del tipo di rapporto nel quale sono coinvolti». Risulta che alcune associazioni imprenditoriali, tipo Confagricoltura, siano state sensibilizzate sulla questione tirocini-profughi, anche se «vi sono perplessità da parte dei sindacati, vedono dei rischi di lavoro nero» si rammarica il sacerdote.
In generale, i sindacalisti hanno le antenne ben ritte, «il tema del lavoro nero nelle campagne lo abbiamo presente, perché è stato affrontato diverse volte in sede di Osservatorio provinciale del lavoro ed ente bilaterale - rende noto Mirko Cavallini, segretario Uila - Abbiamo avuto segnalazioni anche su stranieri e intendiamo dare spinta all’azione di contrasto».
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La procedura non è in realtà automatica, dipende dal tipo di contratto e dai margini di tolleranza delle autorità locali. Il prefetto Michele Tortora, ad esempio, ha dettato una linea di flessibilità: «Abbiamo sempre dedicato grande attenzione al tema del lavoro regolare dei profughi, e devo dire che fino ad oggi non sono emersi nella nostra provincia casi di inquadramenti irregolari. Per quanto riguarda le ricadute sul programma di assistenza dei contratti, in determinate occasioni abbiamo deciso di mantenere il richiedente asilo all’interno del programma, almeno finché la sua posizione lavorativa non si fosse eventualmente stabilizzata». A Ferrara, dunque, non solo il richiedente asilo può essere messo in regola, ma anche mantenere vitto, alloggio e benefici correlati (corsi di lingua, pocket money, assistenza legale ecc.), sempre che non si leghi in maniera continuativa al datore di lavoro. In effetti nel caso di Cornacervina è emerso come i richiedenti asilo si offrano come braccianti per periodi di tempo limitati, con impegno saltuario e a volta senza dare continuità alla prestazione lavorativa.
Il problema di come impiegare al meglio queste persone, dunque, rimane, anche se per don Bedin una soluzione ci sarebbe: «Basterebbe utilizzare uno strumento già esistente, cioè i tirocini formativi, che sono equiparati ad attività scolastica e come tale non interferiscono nel programma di assistenza. Inail dà la copertura assicurativa gratuita, è prevista la figura del tutor in grado di seguire i ragazzi nell’apprendimento e restano spazi anche per lo studio dell’italiano, che è fondamentale. È un modo per tutelare sia il profugo che il datore di lavoro, perché bisogna dirlo: noi gestori dell’accoglienza vediamo i ragazzi alzarsi alla mattina e andare alla ricerca di un lavoro, ma non sappiamo nulla del tipo di rapporto nel quale sono coinvolti». Risulta che alcune associazioni imprenditoriali, tipo Confagricoltura, siano state sensibilizzate sulla questione tirocini-profughi, anche se «vi sono perplessità da parte dei sindacati, vedono dei rischi di lavoro nero» si rammarica il sacerdote.
In generale, i sindacalisti hanno le antenne ben ritte, «il tema del lavoro nero nelle campagne lo abbiamo presente, perché è stato affrontato diverse volte in sede di Osservatorio provinciale del lavoro ed ente bilaterale - rende noto Mirko Cavallini, segretario Uila - Abbiamo avuto segnalazioni anche su stranieri e intendiamo dare spinta all’azione di contrasto».
Stefano Ciervo
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