come uscire da famiglie malavitose
La ’ndrangheta s’eredita, storie di minori
Comunità, legalità, responsabilità, sono i tre concetti chiave sui quali si è svolto il terzo incontro nell’ambito della Festa della legalità e della responsabilità. In particolare, l’incontro si è...
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Comunità, legalità, responsabilità, sono i tre concetti chiave sui quali si è svolto il terzo incontro nell’ambito della Festa della legalità e della responsabilità. In particolare, l’incontro si è focalizzato sui minori nati e cresciuti all’interno di famiglie malavitose, che propongono ai figli un modello educativo basato sui disvalori del crimini. Ha parlato via telefono il magistrato Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, mentre al tavolo hanno dialogato Mario Schermi, formatore del centro di giustizia minorile, e Cristina Corazzari, assessora all’istruzione del Comune di Ferrara. Ha moderato la ricercatrice Unife, Benedetta Bertolini.
Mentre l’intervento di Mario Schermi è stato centrato sulla possibilità peggiore che ha il sistema mafioso di essere sistema educativo, in quanto bambini e ragazzi crescono seguendo l’insegnamento mafioso, «il problema dei problemi - ha detto il formatore - , è che la mafia è un problema educativo», l’intervento telefonico del magistrato ha riguardato l’importunate attività svolta dal Tribunale minorile di Reggio Calabria, riportando la sua esperienza professionale.
«La conseguenza della mia lunga esperienza professionale - ha spiegato il magistrato - è che nel 2017 ho giudicato i figli dei processati negli anni ’90».
La ‘ndrangheta si eredita, è stato il fulcro dell’intervento del magistrato, come una sorta di malattia genetica.
«Confermo che la ‘ndrangheta si eredita, le famiglie in questo modo si mantengono nel tempo, e si attua un indottrinamento sistematico dei figli. Come tribunale minorile abbiamo provato a interrompere questa spirale perversa», afferma deciso il magistrato, sostenendo però che i provvedimenti di allontanamento dei minori dalla famiglie d’origine, il tribunale le attua «solo quando le famiglie minano l’integrità psico fisica del ragazzo, quando è evidente l’indottrinamento, quando i minori compiono reati sintomatici, e la famiglie non fanno niente per impedirli». L’obiettivo principale rimane «la tutela dei ragazzi, facendo capire loro, con educatori e assistenti sociali, che esiste un mondo diverso».
Veronica Capucci
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Mentre l’intervento di Mario Schermi è stato centrato sulla possibilità peggiore che ha il sistema mafioso di essere sistema educativo, in quanto bambini e ragazzi crescono seguendo l’insegnamento mafioso, «il problema dei problemi - ha detto il formatore - , è che la mafia è un problema educativo», l’intervento telefonico del magistrato ha riguardato l’importunate attività svolta dal Tribunale minorile di Reggio Calabria, riportando la sua esperienza professionale.
«La conseguenza della mia lunga esperienza professionale - ha spiegato il magistrato - è che nel 2017 ho giudicato i figli dei processati negli anni ’90».
La ‘ndrangheta si eredita, è stato il fulcro dell’intervento del magistrato, come una sorta di malattia genetica.
«Confermo che la ‘ndrangheta si eredita, le famiglie in questo modo si mantengono nel tempo, e si attua un indottrinamento sistematico dei figli. Come tribunale minorile abbiamo provato a interrompere questa spirale perversa», afferma deciso il magistrato, sostenendo però che i provvedimenti di allontanamento dei minori dalla famiglie d’origine, il tribunale le attua «solo quando le famiglie minano l’integrità psico fisica del ragazzo, quando è evidente l’indottrinamento, quando i minori compiono reati sintomatici, e la famiglie non fanno niente per impedirli». L’obiettivo principale rimane «la tutela dei ragazzi, facendo capire loro, con educatori e assistenti sociali, che esiste un mondo diverso».
Veronica Capucci
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