IL VANGELO DELLA DOMENICA
Un annuncio che è consolazione per gli stanchi e gli oppressi
di don PAOLO BOVINA
Le parole del Vangelo di questa domenica sono provocatorie, mirano a penetrare «fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scrutare i sentimenti e i...
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Le parole del Vangelo di questa domenica sono provocatorie, mirano a penetrare «fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scrutare i sentimenti e i pensieri del cuore». (Eb 4,12) Gesù è ancora nel Tempio, come nelle letture delle domeniche scorse, ad insegnare la via da seguire per giungere alla vita vera. Data la forza del messaggio, che porta con sé l’invito ad un accurato esame di coscienza, sarebbe comodo leggere il brano in chiave strettamente storica, così da non sentirsi personalmente coinvolti. Senza negare il contesto storico (certamente Gesù parla alle autorità del suo tempo, e il discorso lascia intravedere la lotta vissuta dall’evangelista fra la Chiesa nascente e la sinagoga) la sottolineatura dei destinatari non lascia scampo: il Signore si rivolge alle folle e ai suoi discepoli. Queste parole sono quindi rivolte alla Chiesa, a quanti hanno deciso di mettersi alla sequela di Cristo. Rivolgendosi a questo uditorio, Gesù prende a modello gli scribi ed i farisei per mettere in guardia da due tentazioni che rischiano di rendere vana ed illusoria la sequela: l’ipocrisia e l’autoreferenzialità.
L’ipocrita è colui che recita, che indossa una maschera per impersonare un personaggio, per mostrarsi diverso da com’è in realtà. A smascherare l’ipocrita ci pensano le opere: i frutti chiariscono la natura dell’albero, la recita finisce e l’uomo si manifesta per quello che è. Così sono, nel discorso di Gesù, i farisei (“essi dicono e non fanno”). Così non devono essere i cristiani. Il vero discepolo non si preoccupa d’insegnare cose sue, quanto di mettersi alla scuola e di percorrere le orme dell’unico Maestro mettendole in pratica nella propria vita. Luminose in questo senso le parole di sant’Antonio da Padova: «chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere».
L’autoreferenzialità è invece la dinamica che nasce dalla ricerca di se stessi, dal desiderio dell’approvazione degli uomini invece di preoccuparsi di piacere a Dio. Gli scribi ed i farisei “fanno tutto per essere ammirati dalla gente”: amano occupare i primi posti ed essere chiamati maestri, padri, guide. Anche da questa tentazione devono guardarsi i discepoli del Cristo: da quando è stato annunciato il Vangelo non è più ammessa nessuna autorità che non sia vissuta nella logica del servizio e dell’annuncio. Chi occupa un ruolo non deve più parlare di comando quanto di sollecitudine verso gli altri uomini. Lo scopo della Chiesa non è quello di porsi sopra l’uomo opprimendolo con «fardelli pesanti e difficili da portare» ma quello di farsi serva, compagna di cammino che annuncia un Vangelo che è consolazione, ristorazione per gli stanchi e gli oppressi.
Il parlare dei cristiani, anche e soprattutto quando svolge la missione affidatagli dal Signore di annunciare la buona novella a tutte le genti, non deve essere mosso da fini egoistici che mirano ad attirare le persone a sé stessi, ma deve essere perfetta trasparenza che al servizio dell’incontro con l’unico Maestro, l’unica Guida, l’unico Padre nel quale siamo tutti fratelli.
L’ipocrita è colui che recita, che indossa una maschera per impersonare un personaggio, per mostrarsi diverso da com’è in realtà. A smascherare l’ipocrita ci pensano le opere: i frutti chiariscono la natura dell’albero, la recita finisce e l’uomo si manifesta per quello che è. Così sono, nel discorso di Gesù, i farisei (“essi dicono e non fanno”). Così non devono essere i cristiani. Il vero discepolo non si preoccupa d’insegnare cose sue, quanto di mettersi alla scuola e di percorrere le orme dell’unico Maestro mettendole in pratica nella propria vita. Luminose in questo senso le parole di sant’Antonio da Padova: «chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere».
L’autoreferenzialità è invece la dinamica che nasce dalla ricerca di se stessi, dal desiderio dell’approvazione degli uomini invece di preoccuparsi di piacere a Dio. Gli scribi ed i farisei “fanno tutto per essere ammirati dalla gente”: amano occupare i primi posti ed essere chiamati maestri, padri, guide. Anche da questa tentazione devono guardarsi i discepoli del Cristo: da quando è stato annunciato il Vangelo non è più ammessa nessuna autorità che non sia vissuta nella logica del servizio e dell’annuncio. Chi occupa un ruolo non deve più parlare di comando quanto di sollecitudine verso gli altri uomini. Lo scopo della Chiesa non è quello di porsi sopra l’uomo opprimendolo con «fardelli pesanti e difficili da portare» ma quello di farsi serva, compagna di cammino che annuncia un Vangelo che è consolazione, ristorazione per gli stanchi e gli oppressi.
Il parlare dei cristiani, anche e soprattutto quando svolge la missione affidatagli dal Signore di annunciare la buona novella a tutte le genti, non deve essere mosso da fini egoistici che mirano ad attirare le persone a sé stessi, ma deve essere perfetta trasparenza che al servizio dell’incontro con l’unico Maestro, l’unica Guida, l’unico Padre nel quale siamo tutti fratelli.
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