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Richiedenti asilo al lavoro «Ecco il metodo-Camelot»

Richiedenti asilo al lavoro «Ecco il metodo-Camelot»

Dopo il caso del bracciante morto nei campi, la coop spiega i suoi protocolli Formazione e lezioni anti-nero, ma poi i profughi contattano da soli le aziende

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La morte nei campi del giovane richiedente asilo nigeriano ha aperto il dibattito sull’impiego lavorativo di queste persone, che è consentito dalla legge a determinate condizioni ma va “maneggiato con cura”. Camelot, la coop che è il soggetto principale dell’accoglienza nel Ferrarese e ospitava anche il 31enne deceduto (assunto con un contratto a termine da un’azienda di Cornacervina), si rifà anzitutto alle «procedure previste dai bandi con cui viene assegnata la gestione dell’accoglienza e si impegna a perfezionarle», puntando soprattutto sull’informazione dei richiedenti asilo, anche sulle conseguenze penali del lavoro nero. Va ricordato che i beneficiari del programma di accoglienza possono iscriversi al Centro per l’impiego 60 giorni dopo aver depositato la richiesta di protezione internazionale. Intanto gli operatori di Camelot «lavorano sulla valorizzazione delle competenze pregresse, con lo scopo di ricostruire il percorso scolastico e lavorativo dei richiedenti protezione, attraverso il curriculum vitae»; nel caso di inserimento dei beneficiari in percorsi formativi e di tirocinio lavorativo, si occupano anche di monitorare l’effettiva frequenza dei corsi. Per quanto riguarda la prevenzione del lavoro nero, gli ospiti vengono informati «sui relativi rilievi penali e monitorando, attraverso colloqui periodici, l'eventuale coinvolgimento in fenomeni di questo tipo: nel caso in cui vengano rilevate eventuali situazioni di illegalità che coinvolgono i beneficiari, questo viene tempestivamente segnalato alle forze dell’ordine». Dopo questo percorso, però, gli assistiti «procedono in autonomia nel contatto con i datori di lavoro, trattandosi di progetti di accoglienza transitori che non hanno le prerogative di integrazione proprie dei progetti Sprar». Camelot afferma di aggiornare periodicamente Prefettura e Asp sulle assunzioni con contratti di lavoro, perché questo può comportare la revoca dei benefici dell’accoglienza in caso di raggiunta stabilità economica.

Diverso, appunto, il percorso degli Sprar, che puntano proprio all’inserimento socio-economico dei rifugiati. In questo caso un’équipe di tutor viene dedicata alla ricerca di opportunità di lavoro per le persone accolte, oltre ad accompagnarle nel percorso per la ricerca. Si scrivono per loro curricula, si effettuano valutazione complessiva delle risorse personali e incontri conoscitivi. I progetti Sprar prevedono tra l’altro tirocini formativi per tutti i beneficiari, uno strumento invocato da don Bedin per l’inserimento lavorativo per la generalità dei richiedenti asilo. I tutor Sprar si occupano anche di curare rapporti con le aziende (per le questioni legate ad assenze, malattie, permessi) cercando gradualmente di portare il beneficiario all’autonomia delle relazioni. Quando le aziende decidono di assumere i beneficiari, li seguono nelle procedure di stipula del contratto. Camelot è tra le migliori in Italia per i percorsi Sprar, «fondamentale è stato l’arricchirsi di relazioni con realtà aziendali del territorio».

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