Sclerosi multipla, Zamboni presenta i risultati della sperimentazione Brave Dreams
La correlazione con la Ccsvi: sabato 18 novembre a New York il ricercatore ferrarese illustrerà gli esiti dello studio nazionale coordinato dal Sant'Anna di Ferrara
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.16101118:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/il-cielo-sopra-ferrara-con-astrosamantha/55750/56016]]
FERRARA. Sulla carta avrà a disposizione solo 5 minuti, dalle 10.45 alle 10.50 di sabato 18 novembre, e per rispettare il tempo assegnato dovrá sfruttare al meglio le doti comunicative che gli consentono di farsi ascoltare con interesse sia da un uditorio composto da specialisti che da un pubblico di comuni cittadini. Perché per Paolo Zamboni, 60 anni, professore ferrarese, direttore della Sezione di Medicina e Chirurgia traslazionale di Unife ed esperto di livello internazionale nel campo delle malattie vascolari, ogni secondo strappato all'attenzione della platea avrà un valore speciale.
Quella mattina parlerà a NewYork, davanti a un consesso di scienziati provenienti da tutto il mondo per partecipare ai lavori del 44th Annual Symposium on Vascular and Endovascular Issues, maratona scientifica della durata di cinque giorni durante la quale ogni relatore (chirurghi, radiologi, cardiologi) potrà presentare i risultati delle ricerche condotte nel campo della diagnosi e della terapia delle patologie vascolari.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.16101121:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/partito-il-razzo-col-pletismografo-realizzato-a-ferrara/37216/37330]]
Zamboni - così riporta il titolo della sua breve prolusione – comunicherá per la prima volta, anche se succintamente, i risultati dello studio "Brave Dreams", condotto in Italia, coordinato dall'ospedale Sant'Anna di Ferrara, in particolare dal professore e dalla sua equipe, e finanziato nel 2012 con 2.7 milioni di euro dalla Regione Emilia Romagna.
L'ipotesi di partenza, che la malformazione delle vene cerebrali e toraciche, sindrome scoperta e denominata dallo stesso Zamboni con il nome di Insufficienza venosa cronica cerebro spinale (Ccsvi), potrebbe avere un ruolo nell'insorgenza della sclerosi multipla, era il frutto di una serie di studi condotti dallo stesso ricercatore tra il 2007 e il 2009, anno - quest'ultimo - in cui fu pubblicato l'articolo che attirò sulla sua teoria l'attenzione del mondo scientifico e di migliaia di pazienti.
Un lavoro fin dall'inizio avversato dai neurologi che in massa - ma con qualche defezione come il dottor Fabrizio Salvi, del Bellaria di Bologna, divenuto uno dei più stretti collaboratori del professore ferrarese - definirono le tesi di Zamboni infondate e smentite da altre ricerche, tra cui lo studio Cosmo, pubblicato nel 2013, promosso e finanziato dall'Aism (Associazione italiana sclerosi multipla). La diatriba scientifica fra specialisti di diverse discipline, in particolare neurologi e chirurghi vascolari, ha assunto da allora toni molto accesi e non si è mai sopita: i risultati di numerose sperimentazioni eseguite in tutto il mondo sull'origine, gli effetti e la terapia della Ccsvi non hanno portato la pace tra le due comunità di studiosi.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.16101130:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/l-intervento-di-paolo-zamboni/11111/11141]]
Zamboni nel 2010 decise di non partecipare allo studio Cosmo a causa di incolmabili difformità di vedute con Aism e iniziò a raccogliere fondi per eseguire una ricerca indipendente trovando orecchie attente in Regione. Così la sperimentazione Brave Dreams-Sogni Coraggiosi potè partire, nel 2012, con l’obiettivo di misurare sicurezza ed efficacia dell'angioplastica, la tecnica utilizzata per ripristinare il corretto flusso venoso nei pazienti.
Il reclutamento e la sperimentazione clinica furono completati entro il 31 dicembre 2014.
La Regione, in quell'occasione, fornì alcuni dati indicando i centri italiani (Bologna, Ravenna, Catania Policlinico, Ancona, Novara e l’Istituto Besta di Milano) che avevano partecipato allo studio, uno dei più completi al mondo, eseguito in doppio cieco, con la massima garanzia scientifica rispetto alla possibilità che l'esito della ricerca possa risultare compromesso da informazioni che potrebbero condizionare medico e paziente. I ricercatori ferraresi avevano chiesto dodici mesi per completare l'esame dei dati, ma la ricerca - trascorsi quasi tre anni dalla conclusione della sperimentazione in ospedale - non è ancora stata pubblicata.
Il simposio newyorkese sarà quindi un appuntamento da non perdere per tutti coloro che sono interessati agli sviluppi di questo campo di studi, a partire dai pazienti che a decine di migliaia confidano nel buon esito delle indagini scientifiche condotte sulla Ccsvi.
Secondo informazioni non ufficiali, circolate negli ultimi 2-3 anni ma mai confermate, lo studio italiano non fornirebbe risposte definitive. I risultati reali e il giudizio conclusivo del gruppo di ricerca si conosceranno però solo al momento della pubblicazione dell'esito della sperimentazione su una rivista specializzata, scadenza che - in vista del consesso newyorkese - potrebbe essere imminente.
Negli anni gli studi condotti dall'equipe ferrarese sembrano aver aperto la porta a sviluppi impensabili all’inizio dello scorso decennio. Il campo di ricerca si è esteso includendo nell'elenco delle patologie che potrebbero essere correlate con la Ccsvi altre malattie degenerative.
Nel frattempo Zamboni, assieme a un gruppo di ricercatori di Unife, tra cui i fisici Angelo Taibi, Mauro Gambaccini, Roberto Sisini e il cronobiologo Roberto Manfredini, ha condotto esperimenti da terra in collegamento con la Stazione spaziale internazionale e in collaborazione con la missione Futura, nota al pubblico per la partecipazione dell'astronauta italiana Samantha Cristoforetti, che ringraziò pubblicamente a Ferrara l’equipe estense, nel 2016, nel corso di un partecipatissimo incontro ospitato dai padiglioni della Fiera. La tecnologia impiegata per l'acquisizione dei dati a distanza (la stazione spaziale orbita a 400 km dalla superficie terrestre) è stata messa a punto proprio dal pool di scienziati dell’Università di Ferrara ed è considerata promettente nella prospettiva di favorire il miglioramento della qualità in telemedicina.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
