Carife, silenzi ed errori tra Bankitalia e Consob
di Daniele Predieri
Il primo istituto di controllo chiedeva garanzie precise per l’aumento di capitale Non informò mai l’ente di borsa che non si accorse dei numeri truccati da Ferrara
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Parlano oggi di omissioni reciproche, mancato scambio di informazioni, Bankitalia e Consob e lo fanno davanti ala Commissione d’inchiesta sulle banche che hanno fatto crac, mentre i loro uffici di vigilanza e controllo non si sono accorti di nulla o quasi. Oggi i loro maggiori dirigenti litigano in commissione a Roma, parlando del caso banche venete, ma se si mettesse sotto la lente di ingrandimento il caso Carife lo scontro tra i due maggiori enti di controllo del sistema economico-bancario italiano farebbe scintille.
Tanti silenzi, oggi agli atti
Perchè questo black-out informativo è già registrato, scritto, nero su bianco, negli atti d’inchiesta del crac-aumento di capitale di Carife, per cui è in corso il “processo” chiesto da procura e Guardia di finanza. Tutto ruota attorno al trucco su un numero preciso, l’indice di solidità bancario che Bankitalia impose al Gruppo Carife, come «imprescindibile obiettivo da raggiungere con l’aumento di capitale», fissandolo ad un livello minimo dell’8% (è il Tier Ratio, codice che rappresenta la garanzia di una banca dei propri conti e dalla propria solidità): Bankitalia chiedeva e pretendeva quell’8%, peccato che questa condizione «imprescindibile» non fosse stata mai comunicata alla Consob. Che a sua volta, ricevette da Carife il prospetto informativo per la sottoscrizione delle azioni e lanciare l’aumento di capitale, con un Tier Ratio al 7.90% (assolutamente insufficiente per Bankitalia). Pertanto, Consob dopo alcuni controlli, perlopiù formali, e non sapendo di questa discrepanza, autorizzò Carife a vendere le proprie azioni.
La prova dell’accusa al crac
Un trucco fondamentale scoperto dagli inquirenti su cui ruota tutto il processo al crac-aumento di capitale essendo la prova provata del grande inganno, delle falsità che il gruppo dirigente che amministrava Carife all’epoca (maggio 2011 in poi) ha dispensato a tutti: ai clienti-risparmiatori, oggi diventati azionisti azzerati, a Bankitalia e Consob, enti oggi costituiti parte civile al processo tra le polemiche di azzerati e dei loro legali (proprio per questi mancati ed inefficaci controlli) e soprattutto gli stessi membri del cda di Carife. Ex Cda Carife, ricordiamo, archiviato nell’inchiesta perchè ingannato, perchè i suoi membri approvarono in consiglio di amministrazione un prospetto informativo da presentare a Consob, in piena regola, con quella percentuale dell’8% imposto da Bankitalia. Mentre, dopo il cda, il prospetto venne falsificato con la riduzione di appena uno 0.1 di percentuale e portato al 7.90%.
Correzione col bianchetto?
Ma perchè questa “sbianchettatura” correzione? L’ex dirigenza Carife e i tecnici, facendo e rifacendo i conti, non riuscivano con i numeri contabili della banca di allora a raggiungere quell’8%, anche perchè - scrivono gli inquirenti - si sarebbe potuto raggiungere solo con un aumento di capitale superiore ai 150 milioni (ritenuti insufficienti), come aveva suggerito Bankitalia. E perchè allora depositare il prospetto alla Consob con quel 7.90%? Perchè non si poteva fare altrimenti, quel numero era il frutto di calcoli aritmetici obbligati, che Consob avrebbe potuto verificare scoprendo che, nel caso dell’8%, era impossibile da raggiungere. Tuttavia, non comunicando assolutamente nulla tra Bankitalia e Consob, la discrepanza di questo 0.1 percentuale non venne mai scoperta: accadde durante l’inchiesta giudiziaria (inizio 2016) grazie ad alcuni consiglieri cda che presentarono agli inquirenti i moduli (tenuti nel cassetto) del prospetto informativo, prima e dopo il trucco: il documento arrivato in consiglio e approvato all’8%, e la copia depositata alla Consob al 7.90 %. Cosa ci dice tutto questo? Che Consob non sapeva nulla delle condizioni imposte da Bankitalia che non comunicò nulla, o quasi. Chi lo dice? Lo spiega Giuseppina Pantana, funzionaria della Vigilanza Consob ai magistrati, ai quali ricorda l’iter della richiesta di autorizzazione a Carife, sottolineando che «parallelamente ai rapporti con l’emittente (di azioni, Carife, ndr), quando si tratta di banche, vengono richieste informazioni a Banca Italia».
Parla la dirigente Consob
Consob scrive il 13 maggio 2011 «di fornire ogni indicazione utile, sia sotto il profilo finanziario che patrimoniale». Una beffa, vista poi l’approvazione dell’aumento di capitale. Beffa che la Pantana, indirettamente conferma: «Preciso che nel corso dell’istruttoria relativa all’aumento di capitale Carife, l’unico documento trasmesso da BankItalia è consistito nella missiva del 30 maggio 2011». Generica e senza comunicare gli aspetti tecnici che avrebbero fatto accendere la spia luminosa: su un piano finanziario falsificato con numeri nascosti e gonfiati per rassicurare gli azionisti, gli allert imposti a Carife da Bankitalia e gli inganni, ritenuti tali dagli inquirenti, della dirigenza nel convincere gli azionisti. Oggi tutti azzerati, in parte anche per questo trucco numerico dello 0.1 %.
Tanti silenzi, oggi agli atti
Perchè questo black-out informativo è già registrato, scritto, nero su bianco, negli atti d’inchiesta del crac-aumento di capitale di Carife, per cui è in corso il “processo” chiesto da procura e Guardia di finanza. Tutto ruota attorno al trucco su un numero preciso, l’indice di solidità bancario che Bankitalia impose al Gruppo Carife, come «imprescindibile obiettivo da raggiungere con l’aumento di capitale», fissandolo ad un livello minimo dell’8% (è il Tier Ratio, codice che rappresenta la garanzia di una banca dei propri conti e dalla propria solidità): Bankitalia chiedeva e pretendeva quell’8%, peccato che questa condizione «imprescindibile» non fosse stata mai comunicata alla Consob. Che a sua volta, ricevette da Carife il prospetto informativo per la sottoscrizione delle azioni e lanciare l’aumento di capitale, con un Tier Ratio al 7.90% (assolutamente insufficiente per Bankitalia). Pertanto, Consob dopo alcuni controlli, perlopiù formali, e non sapendo di questa discrepanza, autorizzò Carife a vendere le proprie azioni.
La prova dell’accusa al crac
Un trucco fondamentale scoperto dagli inquirenti su cui ruota tutto il processo al crac-aumento di capitale essendo la prova provata del grande inganno, delle falsità che il gruppo dirigente che amministrava Carife all’epoca (maggio 2011 in poi) ha dispensato a tutti: ai clienti-risparmiatori, oggi diventati azionisti azzerati, a Bankitalia e Consob, enti oggi costituiti parte civile al processo tra le polemiche di azzerati e dei loro legali (proprio per questi mancati ed inefficaci controlli) e soprattutto gli stessi membri del cda di Carife. Ex Cda Carife, ricordiamo, archiviato nell’inchiesta perchè ingannato, perchè i suoi membri approvarono in consiglio di amministrazione un prospetto informativo da presentare a Consob, in piena regola, con quella percentuale dell’8% imposto da Bankitalia. Mentre, dopo il cda, il prospetto venne falsificato con la riduzione di appena uno 0.1 di percentuale e portato al 7.90%.
Correzione col bianchetto?
Ma perchè questa “sbianchettatura” correzione? L’ex dirigenza Carife e i tecnici, facendo e rifacendo i conti, non riuscivano con i numeri contabili della banca di allora a raggiungere quell’8%, anche perchè - scrivono gli inquirenti - si sarebbe potuto raggiungere solo con un aumento di capitale superiore ai 150 milioni (ritenuti insufficienti), come aveva suggerito Bankitalia. E perchè allora depositare il prospetto alla Consob con quel 7.90%? Perchè non si poteva fare altrimenti, quel numero era il frutto di calcoli aritmetici obbligati, che Consob avrebbe potuto verificare scoprendo che, nel caso dell’8%, era impossibile da raggiungere. Tuttavia, non comunicando assolutamente nulla tra Bankitalia e Consob, la discrepanza di questo 0.1 percentuale non venne mai scoperta: accadde durante l’inchiesta giudiziaria (inizio 2016) grazie ad alcuni consiglieri cda che presentarono agli inquirenti i moduli (tenuti nel cassetto) del prospetto informativo, prima e dopo il trucco: il documento arrivato in consiglio e approvato all’8%, e la copia depositata alla Consob al 7.90 %. Cosa ci dice tutto questo? Che Consob non sapeva nulla delle condizioni imposte da Bankitalia che non comunicò nulla, o quasi. Chi lo dice? Lo spiega Giuseppina Pantana, funzionaria della Vigilanza Consob ai magistrati, ai quali ricorda l’iter della richiesta di autorizzazione a Carife, sottolineando che «parallelamente ai rapporti con l’emittente (di azioni, Carife, ndr), quando si tratta di banche, vengono richieste informazioni a Banca Italia».
Parla la dirigente Consob
Consob scrive il 13 maggio 2011 «di fornire ogni indicazione utile, sia sotto il profilo finanziario che patrimoniale». Una beffa, vista poi l’approvazione dell’aumento di capitale. Beffa che la Pantana, indirettamente conferma: «Preciso che nel corso dell’istruttoria relativa all’aumento di capitale Carife, l’unico documento trasmesso da BankItalia è consistito nella missiva del 30 maggio 2011». Generica e senza comunicare gli aspetti tecnici che avrebbero fatto accendere la spia luminosa: su un piano finanziario falsificato con numeri nascosti e gonfiati per rassicurare gli azionisti, gli allert imposti a Carife da Bankitalia e gli inganni, ritenuti tali dagli inquirenti, della dirigenza nel convincere gli azionisti. Oggi tutti azzerati, in parte anche per questo trucco numerico dello 0.1 %.
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