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Domani Carife scompare per sempre

di Gian Pietro Zerbini
Domani Carife scompare per sempre

È arrivato il triste epilogo per la banca ferrarese Tra espansioni e default, 179 anni di storia

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Domani, venerdì 17 novembre 2017, alle ore 17, chiuderà definitivamente la Cassa di Risparmio di Ferrara. Gli amanti della cabala, della casistica e della numerologia potranno sbizzarrirsi su questo ossessivo ripetersi del numero 17. In molti affermano che porti sfortuna. Certamente la Carife non è stata assistita dalla dea bendata negli ultimi drammatici anni di vita. Se poi al 17 aggiungiamo a fianco un 9 si ottiene 179 ovvero gli anni di vita della Carife (fondata dal conte Masi nel 1838). Se il 17 rappresenta la malasorte e il 9 la perfezione massima di dantesca memoria, possiamo dire che 179 riassume il concetto numerico di sfiga perfetta.

Una serie di avvenimenti concatenati così negativi - difficilmente ripetibili anche impegnandosi - ha portato la rovina di quella che sembrava un’invincibile armata nell’apparente età dell’oro dei primi anni Duemila, lasciando ingiustamente a secco, la cosa più grave, migliaia di risparmiatori e costringendo i dipendenti a una drastica scelta di vita non solo professionale. Cala quindi il sipario dopo quasi due secoli su una delle istituzioni più radicate nel Ferrarese.

La Cassa di Risparmio è stata molto più di una banca per Ferrara. Dal 1838, anno della sua fondazione, è sempre stata un punto di riferimento non solo economico per i ferraresi. In questi 179 anni di storia, che partono dal Risorgimento, si sono avvicendati alla guida del massimo istituto di credito cittadino diciotto presidenti, due reggenti facenti funzione a causa di morti improvvise, una delle quali avvenuta come vedremo in circostanze drammatiche e per ultimi tre commissari e una banca ponte (Nuova Carife) subentrata per traghettare poi il nuovo proprietario Bper, che prende, incassa e ringrazia.

Il primo presidente della Cassa di Risparmio di Ferrara fu il conte Alessandro Masi, che certamente si starà rivoltando nella tomba, un nobile ferrarese cresciuto con il pallino del risparmio, insieme ad altri personaggi decisivi per la costituzione della Cassa di Risparmio; il quarto istituto bancario in ordine di tempo nello Stato Pontificio dopo Roma, Spoleto e Bologna, inaugurati nei mesi precedenti. Masi morì nel dicembre del 1849 e il timone in attesa di un nuovo presidente passò al consigliere-segretario Gaetano Recchi, uno dei personaggi più influenti dell'Ottocento ferrarese. Alla guida della Cassa si susseguirono poi Pier Gentile Varano e Vincenzo Ronchi che continuarono gli obiettivi costitutivi di Masi. Ferrara viene annessa al Regno d'Italia e alla guida della banca nel 1861 arrivò Francesco Mayr, originario di una famiglia di commercianti tedeschi che fece fortuna in città. La banca ebbe un consolidamento sotto la guida di Filippo Fiorani per sette anni e con Cesare Monti per un quadriennio.

Nel 1888 fu nominato il presidente dei record: Giovanni Martinelli che detiene la maggiore durata alla massima carica della banca con ben 31 anni di presidenza, collezionando anche numerose cariche prestigiose: parlamentare del regno d'Italia, sindaco, rettore dell'università e presidente dell'ospedale. Un vera istituzione ferrarese a cavallo di due secoli, un trentennio delicato che culminò con la prima guerra mondiale. Muore nel 1919 con la carica di presidente. Gli successe Carlo Bottoni, anziano direttore che resse la banca fino alle 1928, all'età di ottant'anni.

Per la sua successione invece di votare il candidato Pietro Niccolini, proposto dai fascisti, l'assemblea rivotò ancora a stragrande maggioranza Carlo Bottoni. Balbo andò su tutte le furie, a togliere d'impaccio una situazione che stava diventando molto incandescente fu lo stesso Bottoni che rassegnò le dimissioni e dopo pochi giorni, l'assemblea elesse Niccolini. A parte la partenza, la presidenza di Niccolini, che era un mecenate e in tempi non sospetti (leggasi prima del 1922) aveva ricoperto prestigiosi incarichi, compreso quello di sindaco, fu caratterizzata da un periodo di grande espansione per la banca, il direttore era Calzolari, che arrivò al centenario dopo aver acquisito anche il Monte di Pietà. Gli successe Emilio Arlotti, presidente dal 1940 al '43, che fu trucidato dai fascisti nella strage del muretto del Castello, una delle pagine più tristi della storia ferrarese. Sino alla fine della guerra ci fu la reggenza del vicepresidente Pietro Carli.

Dal 1927 al 1942 la banca ferrarese accorpa una serie di istituti di credito locali: Cassa di Risparmio di Copparo, la banca mutua popolare di Bondeno, il Monte di Pietà, la banca di Portomaggiore, il Monte di credito su pegno di Comacchio, la banca popolare cooperativa di Argenta.

Nel dopoguerra e per 50 anni la banca ebbe come timonieri, presidenti di estrazione politica e in particolare socialista e socialdemocratica. Mario Cavallari aprì filiali in buona parte della provincia nei suoi 15 anni di governo, gli successe Vittore Cavallini ma dopo appena due anni fu sostituito da Giorgio Bissi che per quasi un ventennio rimase saldamente in sella, battendo anche ogni record sulla massa di depositi della banca. Durante questo periodo, nel 1967 la banca si dota del primo elaboratore elettronico, mentre nel 1976 è la prima banca d’Italia ad installare un bancomat, erano i tempi della direzione Pezzini. Venne poi il turno di Raffaello Collevati che iniziò un processo di espansione anche fuori la provincia. Il testimone passò quindi a Silvio Carletti in un periodo importante: la banca diventò società per azione nel 1991, l’anno successivo nacque la Fondazione Carife e nel 1994 arrivò l'acquisizione del Credito Agrario. Con Giovanni Bertoni, numero 1 di Berco, iniziò un'altra importante fase della banca. Nel 1998 arriva l'offerta di Deutsche Bank, e in quello stesso anno, dopo una serie di veti incrociati delle associazioni di categoria su alcuni nominativi, venne eletto presidente Alfredo Santini e iniziò la fase di massima espansione territoriale della banca che durante la direzione di Gennaro Murolo entra tra i gruppi bancari più consistenti. Ma nel 2009 arrivò il tracollo con il primo rosso in bilancio e affiorarono grossi problemi di gestione. Il resto è storia recente e risaputa. Arriva il direttore Giuseppe Grassano, l'anno successivo, nel 2010, viene eletto come presidente Sergio Lenzi, già presidente della Fondazione e alla direzione viene chiamato Daniele Forin. Nel 2011 c’è un’operazione di aumento del capitale di 150 milioni. Nell'aprile 2013 l'assemblea ha dato nuovamente fiducia e mandato a Lenzi e al Cda per un nuovo triennio, ma dopo appena 30 giorni arriva imprevedibile la doccia fredda della Banca d'Italia: il commissariamento.

Dopo 2 anni e mezzo e tre commissari Bruno Inzitari, Giovanni Capitanio e Antonio Blandini (subentrato ad Inzitari), altra doccia fredda con il decreto salvabanche che oltre ad azzerare soci e bondisti fa nascere la Nuova Carife con presidente Roberto Nicastro. Altri due anni di crisi e polemiche e alla fine, il 30 giugno 2017, si perfeziona l’acquisto della banca da parte del gruppo Bper. La popolare dell’Emilia Romagna, sotto la direzione di Antonio Rosignoli, subentra quindi anche con il nome definitivamente Bper al posto della banca ferrarese che domani chiuderà per sempre.



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