La Nuova Ferrara

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Teatro Comunale di Ferrara

La vita si affronta sul ring senza esclusione di colpi

di SAMUELE GOVONI
La vita si affronta sul ring senza esclusione di colpi

Da oggi a domenica all’Abbado c’è “Play Strindberg” di Dürrenmatt Paiato: «Matrimonio e dissidi familiari emergono fra un gong e l’altro»

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Problemi, incomprensioni e tensioni si risolvono meglio attorno al tavolo o su un ring? Per chiarirsi e tirare fuori i propri scheletri dall’armadio ed esaminare ciò che è stato è meglio mettere su una tazza di tè o infilare i guantoni da boxe? Friedrich Dürrenmatt, drammaturgo svizzero non aveva dubbi quando nel 1969 portò in scena “Play Strindberg”. Lo spettacolo arriva stasera alle 21 sul palco del teatro Abbado di Ferrara (Corso Martiri della libertà 5, 0532 202675) e sarà in scena anche domani alla stessa ora e domenica alle 16. Maria Paiato, attrice dai mille volti, sarà in scena accanto a Franco Castellano, Maurizio Donadoni; a guidare il cast Franco Però. In un ritmo serrato si susseguono gli scontri tra una vecchia coppia di coniugi con un fantomatico cugino che si inserisce lentamente nelle loro vite rianimando vecchi rancori. Va in scena il ruolo della famiglia come collante e come legame dal quale ci si vuole liberare, con tutte le frustrazioni, i rimorsi e le cose non dette. In attesa della rappresentazione la Paiato racconta uno spettacolo grottesco, fatto di colpi di scena e risate amare.
Cosa cambia tra questo spettacolo e “Danza macabra”?
«Con “Play Strindberg” lo scrittore e drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt, rilegge “Danza macabra” e lo fa lavorando particolarmente sul piano emotivo della storia e dei personaggi. La tragedia si trasforma in tragicommedia. Il salotto diventa ring e sul tappeto si svolge un incontro senza esclusione di colpi tra due coniugi che affrontano il loro passato, e il loro presente, come in uno scontro tra pugili. Lo sguardo di Dürrenmatt è ironico e grottesco, i dialoghi ridotti all’osso e le battute molto asciutte. I ritmi sono serrati e come in un incontro di boxe si cerca di stare lontani dalle corde».

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Com’è stato rileggere questo classico?
«Credo che questa rilettura sia estremamente intelligente e anche molto attuale. Dürrenmatt con questa pièce demolisce l’istituzione del matrimonio. Messo in scena per la prima volta nel 1969 credo che “Play Strindberg” abbia ancora tanto da dire alla società odierna e anzi, forse oggi è ancora più attuale di cinquant’anni fa visto che molto spesso tra le mura di casa si consumano storie orribili».
Perché “Play”? È un gioco?
«L’idea del ring evoca già di per sé il clima e il ritmo che si respirano sulla scena. I personaggi di “Play Strindberg” sono impegnati in un gioco al massacro. Il tempo si è fermato, i coniugi sono sempre più feroci tra loro e gong dopo gong lo spettacolo segue quasi il ritmo di una partitura musicale. Qui non emergono psicologismi; è un gioco, ci sono dei ritmi da rispettare».
Dopo tanti anni cambia ancora l’approccio al lavoro o ormai segue una linea unica?
«Nessuna linea, nessuna traccia. Mi piace confrontarmi con testi, registi e colleghi diversi. Il mio mestiere è fatto di incontri, incontri capaci di modificare il tuo percorso. Ogni regista ha il suo modo di lavorare, la sua visione delle cose, la sua poetica. A volte tengo le distanze tra me e i miei personaggi, in altri casi invece mi lascio coinvolgere. Lavorando ad un personaggio si possono scoprire aspetti personali che prima non si conoscevano».
E a proposito di personaggi, sta già lavorando a un nuovo allestimento?
«Il prossimo spettacolo sarà “Stabat Mater”, preghiera del XIII Secolo attribuita a Jacopone da Todi. Debutterà a febbraio al Piccolo Teatro di Milano. Sul palco sono sola e interpreto una madre che si strugge aspettando notizie del figlio arrestato e della figura dissoluta di suo padre. Una rappresentazione che racconta il dolore e la vita degli ultimi, personaggi che io amo profondamente».

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