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«Ti diamo fidi per le azioni» Il ricatto “soft” di Carife

di Daniele Predieri
«Ti diamo fidi per le azioni» Il ricatto “soft” di Carife

Il racconto-testimonianza di Giulio Barbieri sull’aumento di capitale del 2011 «Capii che ero stato usato dai dirigenti, offrivano finanziamenti e poi li negavano»

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E’’ stato, se non il primo, uno dei primi a svelare il Grande inganno dell’aumento di capitale: e le parole di Giulio Barbieri, notissimo imprenditore di Ferrara, rimbalzarono con un tam-tam, finendo contro l’operazione di vecchia Carife. Parole che ha sempre ribadito e ripeuto in tribunale, come testimone - a favore del J’accuse contro il “sistema” Carife - della causa per diffamazione contro Giuseppe Toscano, diventato il primo vero processo contro vecchia Carife.

Toscano alla fine è stato assolto (vedi qui a fianco) e negli atti di questo processo c’è la ricostruzione-testimonianza di ciò che Barbieri aveva denunciato, “vittima” delle pressioni della vecchia dirigenza di allora che fece di tutto per convincerlo a comprare azioni dell’aumento di capitale in cambio di finanziamenti, gli fecero firmare una “lettera di intenti” e Barbieri capì che lo volevano usare come “garante” per l’operazione dell’aumento di capitale, ora finita sotto processo: «Io capii - spiegava Barbieri in aula, al giudice Carlo Negri nel processo Toscano - che la mia intenzione (di acquistare azioni, ndr) serviva a loro per dimostrare non so se alla Banca d’Italia o a chicchessia, che comunque la città era disponibile ad investire sulla banca: cioè sono stato utilizzato ed è li che ho cominciato a capire». E dopo aver capito che le pressioni che gli facevano erano strumentali, Giulio Barbieri non sottoscrisse mai azioni, diede le dimissioni dal consiglio della Fondazione Carife e chiuse i conti con al banca. E da allora iniziò a fare «un po’ di caos, perché comunque mi sentii preso in giro, lo feci per mettere in allerta gli altri imprenditori, perché poi parlando con questi ho saputo che loro (i dirigenti Carife oggi imputati, ndr) andavano nelle aziende e facevano un po’ di mobbing (pressioni, ndr)». «Con me lo hanno fatto in maniera soft perché non potevano e non sapevano che avrei reagito in un determinato modo, ma ho saputo da altri che la situazione era diversa: gli facevano aumentare i fidi e l’aumento dei fidi andava a comprare delle azioni e poi dopo sei mesi gli revocavano l’aumento dei fidi: questa gente era con il gancio sotto la gola». Eccoli chi sono gli azionisti truffati e raggirati dall’aumento di capitale. Altroché gli “speculatori” azionisti- risparmiatori, etichettati come tali alle prime ore dopo il crac Carife. Giulio Barbieri è stato uno dei pochi a metterci nome e storia nelle accuse contro vecchia Carife.

E la sua storia è emblematica, per quell’epoca, anno 2001. Lui, imprenditore affermato e non in difficoltà (uno dei pochi) usava Carife per la sua azienda. E se ne lamentava: «decisi di chiudere i conti perché era una banca costosa, lenta». Voleva chiudere i suoi conti, non soddisfatto di Carife. Ma scattò un ricatto morale: era consigliere di Fondazione Carife (2011) e lo consigliarono di non farlo: «Mi chiama il presidente Lenzi e mi dice “guarda che sei in Fondazione, non è bello che un suo componente, a capo di una azienda ci dia le dimissioni, ci dia la chiusura del conto». Partono le pressioni, molto eleganti. Si presentano in azienda da Barbieri, Lenzi (presidente), Forin (direttore generale) e Galliera (direttore commerciale). Parlano per ore e ore: «Se tu ci dai un mano, capisci anche tu che la città ha bisogno. Possiamo darti la possibilità di aver più credito». Alla fine Barbieri si fa convincere con la “lettera di intenti” ad acquistare azioni per 100mila euro. In cambio di finanziamenti per l’azienda. Ma dopo due mesi, da quell’incontro e lettera, mai più segnali da Carife. Barbieri allora chiama Lenzi e gli dice «Sergio, da uomo a uomo, quello che avete detto non sta così». E alla fine, gli dissero con imbarazzo «il consiglio non ha fatto passare i finanziamenti». Barbieri decide di rompere definitivamente con Carife. Poteva farlo, permetterselo, non aveva bisogno dei “loro” soldi. Non altri imprenditori: «Tanta gente mi ha chiamato in quel periodo», ricordava Barbieri diventato un riferimento, anche perché fece «un po’ di caos». E qui, quasi da Cassandra, il suo giudizio che spiega le conseguenze dell’aumento di capitale: «Dissi allora che non si potevano coinvolgere delle aziende già provate in questo territorio provato, con questo tipo di approccio (il mobbing, lo chiama lui, ndr)». E chiude: «A me non ha dato problemi tutto questo, però so di tante aziende andate in difficoltà per questo tipo di proposte (mobbing, ricatti eleganti, ndr), se vogliamo chiamarle così».

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