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Il manager ferrarese: con i Paradise Papers non c’entro nulla

Il manager ferrarese: con i Paradise Papers non c’entro nulla

Barozzi gestì l’acquisizione di Egi per Enel Green Power «Legali rappresentanti confusi con esportatori di capitali»

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«Hanno confuso, ponendoli indistintamente sullo stesso piano, i nomi dei legali rappresentanti di aziende industriali, accomunandoli a disinvolti esportatori di capitali, facoltosi imprenditori, titolari di conti correnti all’estero». Il manager ferrarese Mario Barozzi torna sulla lista dei “Paradise Papers”, pubblicata dal settimanale L’Espresso in cui è stato inserito anche il suo nome, per ribadire la sua estraneità.

In un primo momento il nome di Barozzi era stato associato a Pioneer Global Funds Distribution Ltd; gli autori dell’inchiesta hanno poi corretto il tiro, abbinando il nominativo a Egi, società del Gruppo Enel. Il coinvolgimento nell’inchiesta giornalistica, che lo stesso manager fatica ad inquadrare, è quindi probabilmente scaturita dall’operazione di acquisizione di Egi da parte di Enel Green Power, transazione gestita anche da Barozzi, all’epoca a capo della direzione centrale Strategie Pianificazione Controllo e Sviluppo di Enel. Della stessa Egi, Mario Barozzi è stato inoltre dal 2001 al 2002 anche consigliere di amministrazione. «Si tratta di una delle più belle e importanti operazioni di politica industriale del nostro Paese che aveva come obiettivo creare il maggior produttore al mondo di energia da fonti rinnovabili», spiega. Egi, al momento dell’acquisizione, aveva sede legale in Bermuda, ma, appena rimossi i vincoli normativi, fu trasferita negli Stati Uniti. La sede operativa di Egi è invece sempre stata in Costa Rica e, «anche per vigilare sulla correttezza della gestione», Enel affidò la presidenza a Josè Figuerrez, già presidente della Repubblica del Costa Rica e attivista di Transparency International.

«Tra l’altro, l’anno seguente, nel 2002, proprio in riconoscimento anche di quella acquisizione e di un modello globale di sviluppo dell’energia pulita - prosegue Barozzi - Enel Green Power ricevette il prestigioso premio Platts-Busineweek». Per operazioni industriali di simili dimensioni è prevista l’identificazione dei rappresentanti legali, quale era appunto in quel periodo Mario Barozzi.

La lista pubblicata da l’Espresso è nata, prosegue il manager, attualmente Amministratore delegato della mantovana Tea, «confrontando i dati dei clienti di Appleby, (studio professionale che ha sede alle Bermuda), con le visure societarie italiane, che, però, correttamente riportavano i nomi delle persone Enel coinvolte nella già citata e pienamente trasparente acquisizione, moralmente e fiscalmente ineccepibile». Ricorda ancora Barozzi che l’acquisto di Egi, perfezionato da Chi Energy Inc., allora subholding industriale del gruppo Enel con sede negli Stati Uniti e a capo di tutte le attività di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili nelle Americhe, è stato approvato all’unanimità dal consiglio di amministrazione di Enel del 14 maggio 2001 consiglio composto anche da rappresentanti del ministero dell’Economia e da magistrati della Corte dei Conti.

«La mia - riferisce ancora Barozzi - non era una carica segreta, dal momento che è stata sempre segnalata quale elemento distintivo del mio curriculum vitae. Ancorché non abbia alcuna attualità si tratta di un periodo del mio percorso professionale di cui sono molto orgoglioso, periodo, come quelli precedenti e quelli successivi, incluso l’attuale, dei miei oltre 30 anni di carriera, caratterizzati dall’assunzione di posizioni apicali di grande responsabilità».

Gli atti di acquisizione di un’azienda sono sempre pubblici; pertanto, precisa ancora il manager che «quando il team di Enel è subentrato negli organi sociali alle persone nominate dalla precedente proprietà, l’operazione è stata fatta in totale trasparenza: chiunque avrebbe avuto a disposizione le stesse informazioni».

Barozzi ribadisce di non essere un cliente di Appleby, «sfido chiunque a trovare una fattura emessa da Appleby nei miei confronti» e fa presente che il fatto che il suo nome sia stato «tendenziosamente» accostato ad attività illegali o illecite o di copertura di non meglio identificati beneficiari lo ha messo «nella sgradevole condizione di precisare, chiarire, con un forte imbarazzo e relativo danno reputazionale».

Le considerazioni finali sono tutte legate al suo ruolo mantovano. «Ho accettato con grande entusiasmo la sfida di far tornare a crescere il Gruppo Tea - dice - con l’obiettivo di farlo crescere, nella sua identità e indipendenza, e di garantirsi sufficienti risorse finanziarie per investire anche in ricerca, innovazione e formazione avanzata del personale. L’ho accettata perché mi piaceva l’idea di mettere a disposizione del territorio nel quale risiedo da quando sono nato, ma dove non ho mai lavorato, le competenze maturate in oltre 30 anni di lavoro in multinazionali ad elevata affidabilità. Dalla mia, nei confronti dei miei attuali colleghi, ho l’esempio, l’autorevolezza e la credibilità. Non posso permettere a nessuno di scalfirli».

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