«Carife nel buco di legge tra Consob e Bankitalia»
I magistrati della procura davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche «Nessuna norma obbliga i due enti a condividere le rispettive informazioni»
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Finisce tutto alle 14.21, dopo aver parlato del crac Carife per 4 ore alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario, riunita a Palazzo San Macuto, Roma. Uno dopo l’altro il procuratore reggente, Patrizia Castaldini, la pm Barbara Cavallo e il collega Stefano Longhi, analizzano a senatori e parlamentari i motivi del crac Carife. Ma l’interesse dei commissari, a fronte della «esaustiva e didascalica» ricostruzione dei magistrati si concentra sul dubbio che li arrovella da settimane: Bankitalia e Consob, i due organi di vigilanza e controllo, anche in questo caso hanno svolto il proprio compito in modo adeguato? No, o meglio, avrebbero potuto fare di più, perchè come emerso dall’audizione c’è un «vuoto normativo», una carenza di comunicazione nei rapporti tra i due enti, già venuti alla luce nella discussione sulle crisi di Monte Paschi e le Banche venete e negli atti processuali del crac Carife, sulle tappe dell’approvazione dell’aumento di capitale Carife.
Bankitalia tra il 2010 e il 2011 mise sotto vigilanza rafforzata Carife che era sull’orlo del dissesto. Per non commissariarla prima (avvenne nel 2013) impose l’aumento di capitale con precise raccomandazioni (poi non rispettate): l’aumento di 150 milioni di euro, al minimo (si parlò anche di 180); un’offerta solo a investitori istituzionali (banche e altro, non clienti o aziende, non il retail) e il rispetto dell’8% come indice di garanzia di solidità bancaria (il tier ratio). Raccomandazioni che Bankitalia, autorizzando Carife all’aumento di capitale, non comunicò mai a Consob. E Carife si guardò ben dal farlo poichè il prospetto informativo (la fotografia reale della banca, per poter offrire azioni) era «ingannevole». «Erano informazioni assolutamente rilevanti che avrebbero inciso in modo sensibile per la valutazione del rischio delle azioni - spiega la pm Cavallo -. Se Consob avesse saputo di queste raccomandazioni di Bankitalia, avrebbero richiesto un aggiornamento del prospetto informativo (ossia avrebbe bocciato quello presentato, perchè i dati indicati erano falsati e falsificati)». Peccato che la Consob si accorga di queste raccomandazioni solo 5 anni dopo, quando nel febbraio 2016, i pm di Ferrara ascoltano la funzionaria Consob: «Apprese da noi tutto questo», sintetizza la Cavallo. E allora, chiedono provocatori i membri della commissione, perchè qui come nelle altre banche nessun addetto alla vigilanza è stato indagato? E visto che la Commissione in tutti i casi delle banche esaminate si imbatte in questo «vuoto normativo», cosa si dovrebbe fare per cambiare le norme nel futuro? Risponde il pm Longhi soffermandosi sul fatto che « Bankitalia non aveva obbligo di trasmissione di queste raccomandazioni a Consob. E non averle inviate non è comportamento penalmente sanzionabile. Noi, abbiamo valutato attentamente le posizioni (dei controllori, ndr) senza rilevare nulla». Ma per il futurosottolinea Longhi si dovrebbe cambiare, eccome, e si riferisce al preciso articolo (numero 4) sulle norme bancarie. «Perchè nel caso vi fosse stato un obbligo giuridico di Bankitalia verso Consob, se non lo avesse rispettato si sarebbe potuto contestare un profilo di omissione». Resta il fatto che se Consob avesse avuto le informazioni di Bankitalia, avrebbe acceso la spia luminosa sulle azioni Carife: e non tanti ferraresi si sarebbero convinti a comprarle, perchè offerte da banca sull’orlo del dissesto.
Daniele Predieri
Bankitalia tra il 2010 e il 2011 mise sotto vigilanza rafforzata Carife che era sull’orlo del dissesto. Per non commissariarla prima (avvenne nel 2013) impose l’aumento di capitale con precise raccomandazioni (poi non rispettate): l’aumento di 150 milioni di euro, al minimo (si parlò anche di 180); un’offerta solo a investitori istituzionali (banche e altro, non clienti o aziende, non il retail) e il rispetto dell’8% come indice di garanzia di solidità bancaria (il tier ratio). Raccomandazioni che Bankitalia, autorizzando Carife all’aumento di capitale, non comunicò mai a Consob. E Carife si guardò ben dal farlo poichè il prospetto informativo (la fotografia reale della banca, per poter offrire azioni) era «ingannevole». «Erano informazioni assolutamente rilevanti che avrebbero inciso in modo sensibile per la valutazione del rischio delle azioni - spiega la pm Cavallo -. Se Consob avesse saputo di queste raccomandazioni di Bankitalia, avrebbero richiesto un aggiornamento del prospetto informativo (ossia avrebbe bocciato quello presentato, perchè i dati indicati erano falsati e falsificati)». Peccato che la Consob si accorga di queste raccomandazioni solo 5 anni dopo, quando nel febbraio 2016, i pm di Ferrara ascoltano la funzionaria Consob: «Apprese da noi tutto questo», sintetizza la Cavallo. E allora, chiedono provocatori i membri della commissione, perchè qui come nelle altre banche nessun addetto alla vigilanza è stato indagato? E visto che la Commissione in tutti i casi delle banche esaminate si imbatte in questo «vuoto normativo», cosa si dovrebbe fare per cambiare le norme nel futuro? Risponde il pm Longhi soffermandosi sul fatto che « Bankitalia non aveva obbligo di trasmissione di queste raccomandazioni a Consob. E non averle inviate non è comportamento penalmente sanzionabile. Noi, abbiamo valutato attentamente le posizioni (dei controllori, ndr) senza rilevare nulla». Ma per il futurosottolinea Longhi si dovrebbe cambiare, eccome, e si riferisce al preciso articolo (numero 4) sulle norme bancarie. «Perchè nel caso vi fosse stato un obbligo giuridico di Bankitalia verso Consob, se non lo avesse rispettato si sarebbe potuto contestare un profilo di omissione». Resta il fatto che se Consob avesse avuto le informazioni di Bankitalia, avrebbe acceso la spia luminosa sulle azioni Carife: e non tanti ferraresi si sarebbero convinti a comprarle, perchè offerte da banca sull’orlo del dissesto.
Daniele Predieri
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