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«No a pensioni precoci» Operai bocciati dall’Inps

«No a pensioni precoci» Operai bocciati dall’Inps

«Manca il contratto di lavoro», ma in fabbrica non c’è mai stato: ora i ricorsi Record di dinieghi sulle domande per “quota 41” e Ape social, attorno al 70%

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Avrebbe dovuto andare in pensione, per lavori usuranti, già nel luglio scorso, ma la sua domanda è stata respinta dall’Inps. Motivo? L’assenza di un documento... che non è mai esistito, cioè il suo contratto di lavoro alla Fox Bompani. «Nelle mie condizioni ci sono altri sette colleghi in fabbrica, e chissà quanti altri solo a Ferrara» racconta sconsolato Fabiano Menegatti, il cui caso ingrossa il dossier che la Cgil ha portato in piazza a Roma, sabato scorso. Una vicenda paradossale, che apre degli interrogativi sulle modalità con le quali viene applicato l’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci, “appendice” dell’Ape social che è uno dei provvedimenti più discussi del governo Gentiloni in tema di previdenza.

Dal momento dell’entrata in vigore dell’Ape social, metà giugno di quest’anno, sono sate complessivamente 1.337 le pratiche elaborate e definite dall’Inps di Ferrara, tra le quali 735 per i lavoratori precoci e 602 per l’Ape social, che riguarda categorie svantaggiate. La percentuale di bocciature è elevatissima: 524 no ai precoci, 71%, e 391 per la tipologia sociale (65%). Considerato che la gran parte di queste domande sono istruite dai patronati, con l’appoggio delle aziende per quanto riguarda i precoci, un dato di questo tipo fa pensare.

La vicenda di Menegatti sembra confermare queste perplessità. «Ho raggiunto quota 41, cioè gli anni di contributi, nella prima settimana del luglio scorso - racconta l’operaio - Dal luglio ’80 sono impiegato alla catena di montaggio, con turno 8-12 e 13-17, un’ora di pausa per il pranzo, un lavoro gravoso soprattutto alla mia età, 57 anni. Ho presentato subito domanda di pensionamento precoce, allegando tre documenti: la dichiarazione dell’azienda, libretto di lavoro e buste paga di questi anni. Ero tranquillo di poter ottenere ciò che è previsto dalla legge». Dopo poco è arrivata la doccia fredda, sotto forma di diniego formale da parte dell’Inps, «è successo anche agli altri sette colleghi e il motivo è lo stesso: nella documentazione non è stata inserita la firma del contratto di lavoro. Ma l’Inps non sa che noi non abbiamo mai avuto un documento del genere? Proprio non è mai esistito». Morale: Menegatti continua tutti i giorni a presentarsi alla catena di montaggio, e intanto ha inoltrato assieme al patronato Inca un’osservazione che dovrà essere valutata. «Ti riconoscono un diritto e poi lo rendono praticamente inapplicabile» è la sua amara considerazione.

La questione è stata posta a livello nazionale dall’Inca per quanto riguarda l’Ape social e l’Inps, anche attraverso la sede provinciale, ha fatto sapere che «le sedi dell’istituto stanno riesaminando le domande respinte sulla base della documentazione ritenuta insufficiente». Menegatti e i suoi colleghi sperano di esserci anche loro, stavolta.

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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