udienza aumento capitale
«Non c’è reato di bancarotta» Le difese attaccano l’accusa
Dopo l’accusa, parola alle difese nella prima tornata di arringhe dei legali dei 12 imputati per il crac Carife-aumento di capitale. E tra i tanti, gli avvocati Dario Bolognesi e Giovanni Briola che...
3 MINUTI DI LETTURA
Dopo l’accusa, parola alle difese nella prima tornata di arringhe dei legali dei 12 imputati per il crac Carife-aumento di capitale. E tra i tanti, gli avvocati Dario Bolognesi e Giovanni Briola che argomentando in modo tecnico hanno chiesto il non luogo a procedere, perché - a loro avviso - nella vicenda dell’aumento di capitale non possono essere contestati i reati di bancarotta, ostacolo alla vigilanza, falso in prospetto e aggiotaggio: insomma, questo processo non s’ha da fare, hanno proposto la giudice Piera Tassoni.
Alla maratona di ieri, in aula, ha dato il via l’avvocato Gianluigi Bezzi , costituto come parte civile per Banca Valsabbina (è anche difensore di due degli imputati, dirigenti della stessa banca, e per il loro ruolo palerà alle prossime udienze).
Ma ieri ha sottolineato al giudice che la banca che rappresenta è al tempo stesso vittima dell’aumento di capitale e la prova stessa di questo si può estrarre dalla consulenza Iannotta (il perito della procura): insomma, anche Valsabbina sarebbe stata ingannata dai dirigenti Carife, convinta ad investire nella banca ferrarese rimettendoci 10 milioni di euro, poiché quello deciso dalla banca era un investimento come tanti.
Quindi è toccato al collega Giorgio Gallico, avvocato di Valsabbina, come responsabile civile per la banca, ribadire al giudice che il reato di fittizietà del patrimonio (norma del codice civile applicata al penale), nel gioco di scambio delle azioni - contestato dalla procura - sussiste solo e soltanto quando si è di fronte ad uno scambio reciproco in aumenti di capitale contemporanei tra due banche: dunque, per Gallico, non c’è reato di bancarotta patrimoniale per fittizietà. Un rilievo giuridico su cui si fonda la bocciatura da parte del gip Monica Bighetti del sequestro dei beni di Valsabbina e CariCesena per 15 milioni: su questo aspetto è in corso un braccio di ferro tra procura e giudici che verrà valutato il 21 dicembre davanti al tribunale del Riesame. Per via del ricorso della procura che sostiene trattarsi di una interpretazione riduttiva e non corretta, poiché nel caso di aumento Carife il reato c’è, eccome, ma occorre ricordare che non si registra nessun precedente giudiziario analogo (una sorta di vuoto normativo): dunque, Carife sempre più laboratorio giuridico. Un punto questo sulla bancarotta per fittizietà del patrimonio che non c’è, su cui battono le difese, e batteranno ancora.
Un punto battuto ovviamente anche dai legali dei due imputati Davide Filippini e Michele Sette, difesi da Bolognesi e Briola: per i due funzionari di banca contestano il concorso il reato di bancarotta, poiché non collegato con i propri ruoli, visto che l’aumento di capitale è del 2011, il fallimento arrivò a 4 anni di distanza dai fatti. E ancora, in un fallimento così significativo (quello di Carife fino al 2015) come può aver concorso con una cifra irrisoria, ad esempio lo scambio di azioni per 15 milioni e basta contestata a Valsabbina e CariCesena.
E l’ostacolo alla vigilanza? Era impossibile che Bankitalia non sapesse, poiché attività e numeri di Carife furono comunicati e la banca era in vigilanza rafforzata e fu la stessa Bankitalia ad approvare l’aumento di capitale. L’aggiotaggio? Reato che non sussiste poiché contestato per azioni non ancora emesse, mentre il reato si consuma quando sono sul mercato. Il “processo”, dunque, si fa sempre più tecnico, con le difese chiamate in aula il 13 dicembre, il 14 e il 19: quando il giudice potrebbe chiudere l’udienza e valutare se il processo s’ha da fare oppure no.
Alla maratona di ieri, in aula, ha dato il via l’avvocato Gianluigi Bezzi , costituto come parte civile per Banca Valsabbina (è anche difensore di due degli imputati, dirigenti della stessa banca, e per il loro ruolo palerà alle prossime udienze).
Ma ieri ha sottolineato al giudice che la banca che rappresenta è al tempo stesso vittima dell’aumento di capitale e la prova stessa di questo si può estrarre dalla consulenza Iannotta (il perito della procura): insomma, anche Valsabbina sarebbe stata ingannata dai dirigenti Carife, convinta ad investire nella banca ferrarese rimettendoci 10 milioni di euro, poiché quello deciso dalla banca era un investimento come tanti.
Quindi è toccato al collega Giorgio Gallico, avvocato di Valsabbina, come responsabile civile per la banca, ribadire al giudice che il reato di fittizietà del patrimonio (norma del codice civile applicata al penale), nel gioco di scambio delle azioni - contestato dalla procura - sussiste solo e soltanto quando si è di fronte ad uno scambio reciproco in aumenti di capitale contemporanei tra due banche: dunque, per Gallico, non c’è reato di bancarotta patrimoniale per fittizietà. Un rilievo giuridico su cui si fonda la bocciatura da parte del gip Monica Bighetti del sequestro dei beni di Valsabbina e CariCesena per 15 milioni: su questo aspetto è in corso un braccio di ferro tra procura e giudici che verrà valutato il 21 dicembre davanti al tribunale del Riesame. Per via del ricorso della procura che sostiene trattarsi di una interpretazione riduttiva e non corretta, poiché nel caso di aumento Carife il reato c’è, eccome, ma occorre ricordare che non si registra nessun precedente giudiziario analogo (una sorta di vuoto normativo): dunque, Carife sempre più laboratorio giuridico. Un punto questo sulla bancarotta per fittizietà del patrimonio che non c’è, su cui battono le difese, e batteranno ancora.
Un punto battuto ovviamente anche dai legali dei due imputati Davide Filippini e Michele Sette, difesi da Bolognesi e Briola: per i due funzionari di banca contestano il concorso il reato di bancarotta, poiché non collegato con i propri ruoli, visto che l’aumento di capitale è del 2011, il fallimento arrivò a 4 anni di distanza dai fatti. E ancora, in un fallimento così significativo (quello di Carife fino al 2015) come può aver concorso con una cifra irrisoria, ad esempio lo scambio di azioni per 15 milioni e basta contestata a Valsabbina e CariCesena.
E l’ostacolo alla vigilanza? Era impossibile che Bankitalia non sapesse, poiché attività e numeri di Carife furono comunicati e la banca era in vigilanza rafforzata e fu la stessa Bankitalia ad approvare l’aumento di capitale. L’aggiotaggio? Reato che non sussiste poiché contestato per azioni non ancora emesse, mentre il reato si consuma quando sono sul mercato. Il “processo”, dunque, si fa sempre più tecnico, con le difese chiamate in aula il 13 dicembre, il 14 e il 19: quando il giudice potrebbe chiudere l’udienza e valutare se il processo s’ha da fare oppure no.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
