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Processo all’omertà Gorese in tribunale come falso testimone

Processo all’omertà Gorese in tribunale come falso testimone

Udienza il 9 febbraio contro il pensionato Carlo Selvatico Sapeva e ha cercato di nascondere al magistrato la verità

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Dovrà rispondere, dovrà farlo e non potrà far gli slalom tra domande della procura o dei giornalisti ai quali, dopo uno degli interrogatori, diceva: «Io Willy Branchi anche se abitavamo a Goro non lo conoscevo, e non mi interessa se è morto un ragazzo di 18 anni». Lo conosceva eccome, Carlo Selvatico, pensionato di Goro di 77 anni, primo imputato a dover rendere conto dell’omertà - anche la sua - di un intero paese, quello di Goro che da 30 anni chiede di sapere la verità ma al tempo stesso una piccola parte di goresi la nasconde. Selvatico dovrà presentarsi in tribunale, davanti ai giudici, il 9 febbraio prossimo, accusato di falsa testimonianza, per i suoi comportamenti e le sue parole, non dette, al magistrato che ha condotto l’inchiesta, il pm Giuseppe Tittaferrante. Secondo quanto è emerso, Selvatico - nel momento clou dell’inchiesta sull’omicidio di Willy Branchi - andava in giro per Goro a fare domande, incuriosito e preoccupato, chiedendo quali fossero gli sviluppi delle indagini in corso, perché aveva paura di esser arrestato, finire nei guai. Come è poi accaduto. Secondo quanto è emerso - ad esempio - incontrando un cittadino di Goro, tramite una terza persona, si presentò sotto falso nome chiedendogli conto degli sviluppi di indagini e intercettazioni in corso, ben sapendo tutto o quasi tutto: di persone e fati legati all'omicidio di Willy. Questo era emerso, ma poi nella veste di testimone, ascoltato da magistrato e carabinieri smentì tutto, addirittura di aver avuto quell'incontro, di conoscere la persona stessa cui rivolse domande: bugie, per coprire chi? Dunque, il processo che si apre il 9 febbraio sarà il primo sulla vicenda della morte di Branchi che potrebbe aprire uno squarcio, e Selvatico potrà (dovrà) riferire perché ha detto, non detto. Sullo sfondo di tutto, di questa omertà che ancora oggi non porta a galla riscontri e prove per arrivare ad un processo per l’omicidio (la procura ne ha chiesto l’archiviazione), c’è il lato oscuro della Goro di 30 anni: perché il movente dell’omicidio sarebbe un giro di pedofili che adescavano ragazzini, anche di 15-16 anni, di famiglie umili, in cambio di pochi spiccioli o vestiti. Dal quale Willy voleva uscire: non glielo permisero, sappiamo come.

La Goro di 30 anni fa la conosceva molto bene anche don Tiziano Bruscagin, parroco là nella Bassa che più bassa non si può, per 32 anni e poi trasferitosi nel Padovano, portando con sé segreti e tanto più. Anche don Tiziano Bruscagin era finito nei guai per aver detto e poi non detto: falsa testimonianza, perché sapeva tutto, lo riferì (ai giornali, anche a chi scrive), ma poi sostenne davanti agli inquirenti di non essere a conoscenza di fatti e nomi legati al delitto. Alla Nuova Ferrara nel 2014, quando l’inchiesta stava per decollare, diceva: «Vogliono che tolga le castagne dal fuoco, non ci sto». Ma, dopo essere stato indagato, ha ritirato tutto e parlato di ciò che sapeva e come lo aveva saputo. Per questo motivo il pm Tittaferrante ha chiesto per lui l’archiviazione (viste ammissioni e reato annullato). Ma potrebbe essere chiamato ancora come testimone nel caso l’inchiesta andasse avanti: non per togliere le castagne dal fuoco ai magistrati, ma solo per dire la verità. (d.p.)



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