La Nuova Ferrara

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«Tanti hanno coperto gli assassini di Willy»

di Daniele Predieri
«Tanti hanno coperto gli assassini di Willy»

Chiesta l’archiviazione sulla morte del giovane ucciso a Goro nel 1988. Ma famiglia e avvocato chiedono di andare avanti: abbiamo nuove prove

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GORO. Dopo trent’anni in realtà si sa tutto: chi ha ucciso, chi ha aiutato ad uccidere e a disfarsi di quel corpo esile e martoriato, gettandolo sull’argine del Po, fuori dal paese, Goro. Si sa soprattutto perché hanno ucciso Vilfrido Luciano Branchi, detto Willy, che aveva appena 18 anni quel 30 settembre del 1988, quando venne trovato morto «privo di vestiti e con il corpo devastato dai colpi inferti dai suoi assassini, brutalmente pestato e colpito al volto da un chiodo sparato da una pistola usata per l’uccisione dei maiali», scrive il pm Giuseppe Tittaferrante nella sua richiesta di archiviazione dell’inchiesta riaperta nel 2014 sulla morte di Willy.

Lo scrive il pm, con una sofferenza umana e professionale che diventa un atto d’accusa contro chi ha coperto e nascosto gli assassini di Willy, perché «le difficoltà incontrate nelle indagini - portate avanti coi carabinieri, Norm Comacchio e Reparto investigativo Ferrara - sono state accentuate dalla reticenza, se non da un vero e proprio atteggiamento menzognero», dei testimoni e dei goresi chiamati a render conto di ciò che sapevano e che «hanno addirittura manifestato un evidente fastidio di fronte alle attività investigative dei carabinieri». E così, l’inchiesta per la morte di 30 anni fa, di un ragazzo 18enne, è rimbalzata contro il muro di gomma dell’omertà di Goro, visto che chiedendo l’archiviazione, il pm Tittaferrante valuta che «il materiale acquisito non è idoneo a svelare appieno le responsabilità sull’omicidio di Willy Branchi».

E che «solo l’effetto combinato di una serie di fattori negativi - troppi anni dal delitto, l’assenza di una prova scientifica (nonostante la nuova autopsia su corpo di Willy) e l’atteggiamento omertoso e di ostacolo alle indagini da parte di soggetti coinvolti nell’inchiesta, ha impedito il coronamento di una preziosa e ininterrotta attività investigativa». Insomma, il processo al piccolo pezzo di Goro che ha ucciso Willy e coperto gli assassini, non si può celebrare per troppa omertà. Ma solo l momento, però. Perché la famiglia Branchi - il fratello Luca assieme al suo avvocato Simone Bianchi e investigatori privati -, “motore” della riapertura dell’inchiesta, ha depositato in questi giorni l’opposizione all’archiviazione.

Chiedendo nuove indagini, accertamenti. Dunque il caso non è assolutamente chiuso, anzi è da riaprirsi sulla base delle nuove richieste investigative. Quali? Ad esempio una persona indicata da fonti confidenziali all’epoca (30 anni fa) che sapeva tutto e mai ascoltata. Ma soprattutto, occorre rivedere le palesi contraddizioni dei testimoni reticenti, scrive il pm, che hanno fatto dell’omertà la parola d’ordine contro la verità. Una verità che spiega l’avvocato Bianchi era già conosciuta in parte nel lontano 1996, da una indagine dei carabinieri che individuarono lo scenario dell’omicidio: un giro di pedofili che “comprava” ragazzini della zona, Willy compreso: «Abbiamo impiegato anni e grazie ai tanti goresi che ci hanno aiutato per scoprire lo scenario individuato (il movente) e i nomi».

«Su questo fatto è pendente un’interrogazione parlamentare, ancora senza risposte da anni». Le stesse risposte attese da 30 anni, da Goro, che non vuole essere il paese dell’omertà.
 

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