Se a Runco si sfornano pane e integrazione
Professione panificatore, il progetto che insegna un lavoro ai giovani immigrati Il fornaio Manfrini: si impegnano, hanno voglia di imparare e noi li aiutiamo
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RUNCO. Le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere. Esistono milioni di sfumature che spesso, purtroppo, non si vedono. Il tema emblematico di questa divisione è di certo l’immigrazione. Fenomeno storico e sociale che spacca l’opinione pubblica in due.
O tutti, o nessuno. O tutti dentro, o tutti fuori. Così non è. Infatti, accanto ai vari casi negativi legati a questo fenomeno, ne esistono altrettanti positivi. È il caso dei ragazzi del corso “Professione panificatore”, progetto dell’ente di formazione Iscom Ferrara, che insegna a persone di diversa provenienza a fare il pane ferrarese autentico. I corsi si svolgono al panificio Manfrini a Runco (frazione di Portomaggiore). Il corso vede coinvolti una decina di migranti provenienti dall’Asia e dall’Africa, con età comprese tra i 18 e i 40 anni, e si colloca all’interno di un più ampio progetto di accoglienza curato dalla cooperativa Camelot e dall’Opera “don Calabria”. Giulio Felloni, presidente provinciale di Ascom Ferrara, commenta così quanto sta avvenendo tra le mura del panificio: «Credo che sia proprio questo il modo più giusto di integrare queste persone. L’accoglienza è un elemento fondamentale della nostra cultura e diventa ancora più importante quando fa riferimento ad una nostra tipicità d’eccellenza come il pane». Anche Davide Urban, direttore generale di Ascom Ferrara commenta altrettanto entusiasta: «Si tratta di un’iniziativa che coniuga lo spirito di accoglienza con il formare questi ragazzi ad una professione che necessita di nuove leve guardando al futuro. Speriamo di poter espandere il progetto, dobbiamo impegnarci in questa direzione».
Un bell’esempio di come con la volontà degli enti preposti, unita alla collaborazione tra i cittadini e i migranti, si possano inserire a tutti gli effetti queste persone nella nostra società. Serena Manfrini, che è figlia del proprietario del panificio Carlo e coordinatrice dei corsi di Iscom, afferma che «è un modo per dargli la speranza di avere un futuro, e per garantire che possano inserirsi in un sano contesto lavorativo e di vita. Per ora sono impegnati due pomeriggi alla settimana per questo corso. Alcuni vanno ancora a scuola, o seguono anche altri corsi. Li vedo concentrati sull’obbiettivo e questo è una bella cosa. Conoscendoli ci si rende conto che non hanno tante differenze con noi italiani, ci sono due ragazze musulmane che ogni domenica guardano papa Francesco in tv, dicono che sia il Papa dei popoli e per questo lo seguono».
Anche padre Carlo Manfrini sottolinea come «siano ragazzi che si impegnano e hanno voglia di imparare. Abbiamo iniziato già a fare cose anche più elaborate come la pizza o i dolci, oltre che al pane. Qui vedo collaborare tra di loro cattolici e musulmani, uniti dal lavoro e da una storia travagliata alle spalle». La sensazione, stando nel laboratorio del panificio, è che non ci siano differenze evidenti quando c’è cooperazione. Quando si ha un obbiettivo comune, le differenze vengono meno a beneficio di un’unione che può davvero fare la forza. E la differenza.
Per i ragazzi del corso imparare un mestiere è un obiettivo importantissimo, non solo per il futuro ma anche per riscattarsi da una vita fino a quel momento molto dura. È il caso di Aifesehi Destiny, un ragazzo nigeriano timido e impacciato con l’italiano che ha voluto però raccontare la sua storia: «Sono scappato dalla Nigeria dopo che i miei genitori sono morti in un attentato nel 2001. Non potevo più restare lì, avevo troppa paura. Ho fatto diverse tappe e poi sono arrivato in Italia. Qui riesco a vedere un futuro, mi trovo bene in questo Paese e con le persone. Ho fatto anche l’elemosina inizialmente, poi ho incontrato persone che mi hanno aiutato e ora sto finalmente imparando un mestiere. Lo voglio fare perché la vedo come un opportunità importante per il mio futuro». Quello che Iscom, Camelot e Opera “don Calabria” hanno creato è certamente una di quelle sfumature che vale la pena raccontare, per sottolineare che con l’impegno e la buona volontà di tutti i soggetti presi in causa si può creare qualcosa di utile alla collettività. E che, oltre all'accoglienza, servono progetti seri e inclusivi, proprio come questo.
Samuele Melloni
O tutti, o nessuno. O tutti dentro, o tutti fuori. Così non è. Infatti, accanto ai vari casi negativi legati a questo fenomeno, ne esistono altrettanti positivi. È il caso dei ragazzi del corso “Professione panificatore”, progetto dell’ente di formazione Iscom Ferrara, che insegna a persone di diversa provenienza a fare il pane ferrarese autentico. I corsi si svolgono al panificio Manfrini a Runco (frazione di Portomaggiore). Il corso vede coinvolti una decina di migranti provenienti dall’Asia e dall’Africa, con età comprese tra i 18 e i 40 anni, e si colloca all’interno di un più ampio progetto di accoglienza curato dalla cooperativa Camelot e dall’Opera “don Calabria”. Giulio Felloni, presidente provinciale di Ascom Ferrara, commenta così quanto sta avvenendo tra le mura del panificio: «Credo che sia proprio questo il modo più giusto di integrare queste persone. L’accoglienza è un elemento fondamentale della nostra cultura e diventa ancora più importante quando fa riferimento ad una nostra tipicità d’eccellenza come il pane». Anche Davide Urban, direttore generale di Ascom Ferrara commenta altrettanto entusiasta: «Si tratta di un’iniziativa che coniuga lo spirito di accoglienza con il formare questi ragazzi ad una professione che necessita di nuove leve guardando al futuro. Speriamo di poter espandere il progetto, dobbiamo impegnarci in questa direzione».
Un bell’esempio di come con la volontà degli enti preposti, unita alla collaborazione tra i cittadini e i migranti, si possano inserire a tutti gli effetti queste persone nella nostra società. Serena Manfrini, che è figlia del proprietario del panificio Carlo e coordinatrice dei corsi di Iscom, afferma che «è un modo per dargli la speranza di avere un futuro, e per garantire che possano inserirsi in un sano contesto lavorativo e di vita. Per ora sono impegnati due pomeriggi alla settimana per questo corso. Alcuni vanno ancora a scuola, o seguono anche altri corsi. Li vedo concentrati sull’obbiettivo e questo è una bella cosa. Conoscendoli ci si rende conto che non hanno tante differenze con noi italiani, ci sono due ragazze musulmane che ogni domenica guardano papa Francesco in tv, dicono che sia il Papa dei popoli e per questo lo seguono».
Anche padre Carlo Manfrini sottolinea come «siano ragazzi che si impegnano e hanno voglia di imparare. Abbiamo iniziato già a fare cose anche più elaborate come la pizza o i dolci, oltre che al pane. Qui vedo collaborare tra di loro cattolici e musulmani, uniti dal lavoro e da una storia travagliata alle spalle». La sensazione, stando nel laboratorio del panificio, è che non ci siano differenze evidenti quando c’è cooperazione. Quando si ha un obbiettivo comune, le differenze vengono meno a beneficio di un’unione che può davvero fare la forza. E la differenza.
Per i ragazzi del corso imparare un mestiere è un obiettivo importantissimo, non solo per il futuro ma anche per riscattarsi da una vita fino a quel momento molto dura. È il caso di Aifesehi Destiny, un ragazzo nigeriano timido e impacciato con l’italiano che ha voluto però raccontare la sua storia: «Sono scappato dalla Nigeria dopo che i miei genitori sono morti in un attentato nel 2001. Non potevo più restare lì, avevo troppa paura. Ho fatto diverse tappe e poi sono arrivato in Italia. Qui riesco a vedere un futuro, mi trovo bene in questo Paese e con le persone. Ho fatto anche l’elemosina inizialmente, poi ho incontrato persone che mi hanno aiutato e ora sto finalmente imparando un mestiere. Lo voglio fare perché la vedo come un opportunità importante per il mio futuro». Quello che Iscom, Camelot e Opera “don Calabria” hanno creato è certamente una di quelle sfumature che vale la pena raccontare, per sottolineare che con l’impegno e la buona volontà di tutti i soggetti presi in causa si può creare qualcosa di utile alla collettività. E che, oltre all'accoglienza, servono progetti seri e inclusivi, proprio come questo.
Samuele Melloni
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