I figli della guardia uccisa: «Non c’è motivo di gioire»
Francesca ed Emanuele Verri insistono: «Nostro padre mandato allo sbaraglio» Il procuratore Amato: «I rischi nel Basso Ferrarese non furono sottovalutati»
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PORTOMAGGIORE. Non c’è da sorridere, con altre tre vite spezzate. Non c’è di che essere soddisfatti, con un padre perduto troppo presto. Per Francesca ed Emanuele Verri, i figli del volontario Valerio freddato da Igor l’8 aprile, l’arresto del latitante non fa che acuire ferite mai rimarginate: «La cattura in Spagna del criminale che ha ucciso nostro padre non ci fa certo gioire. Non possiamo certo dichiararci soddisfatti se non altro perché è costata la vita ad altre tre persone. Due militari e un civile. Il nostro pensiero va a loro», affermano. Ma l’attenzione, proseguono, va ancor di più «a coloro che hanno mandato nostro padre allo sbaraglio a fare un'attività di perlustrazione pericolosissima, disarmato e in una zona dove ben si sapeva che Igor vi si nascondeva. Con tanto di foto sui cellulari per poterlo riconoscere in caso si fossero imbattuti in lui. Qualcuno ha addirittura detto che nostro padre ha fatto solo il suo dovere. Quale dovere? Nostro padre - hanno concluso - era un civile, semplice pensionato e volontario».
Attraverso il loro legale, l’avvocato Fabio Anselmo, i figli di Verri hanno presentato un esposto chiedendo alla procura di Ferrara di indagare su eventuali omissioni e una mancata collaborazione tra forze dell’ordine all’indomani dell’omicidio di Budrio del 1º aprile, sostenendo che la tragedia del loro padre si sarebbe potuta evitare. Contro queste ipotesi, ribadite nell’opposizione alla richiesta di archiviazione dell’esposto, si è pronunciato ieri in conferenza stampa il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato: «Non c'è stata nessuna sottovalutazione, né durante le investigazioni, ma neppure immediatamente dopo il primo omicidio. Parlare con il senno di poi è sbagliato».
Poi c'è la questione della fuga dell'8 aprile: dopo aver ucciso per la seconda volta, Feher fece perdere le proprie tracce scappando a piedi, dopo aver incrociato nel Mezzano tre carabinieri in borghese che gli intimarono di fermarsi, ma non fecero ricorso alle armi. Sul tema è stato aperto un fascicolo, conoscitivo da parte della Procura militare di Verona. Una decisione presa dopo gli articoli che riportavano il verbale dell'intervento dei militari.
«Non credo siano stati fatti errori, c'è stata sorpresa all'inizio ma, fin dall'inizio, tutto quello che è stato fatto è stato fatto con assoluta professionalità», aveva detto pochi giorni fa il comandante generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette. «Gli ultimi sviluppi - ha aggiunto ieri - dimostrano quanto sia pericoloso e che grosso peccato sia stato metterlo in libertà nel 2015, quando ancora doveva scontare degli anni di galera». (a.m.)
Attraverso il loro legale, l’avvocato Fabio Anselmo, i figli di Verri hanno presentato un esposto chiedendo alla procura di Ferrara di indagare su eventuali omissioni e una mancata collaborazione tra forze dell’ordine all’indomani dell’omicidio di Budrio del 1º aprile, sostenendo che la tragedia del loro padre si sarebbe potuta evitare. Contro queste ipotesi, ribadite nell’opposizione alla richiesta di archiviazione dell’esposto, si è pronunciato ieri in conferenza stampa il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato: «Non c'è stata nessuna sottovalutazione, né durante le investigazioni, ma neppure immediatamente dopo il primo omicidio. Parlare con il senno di poi è sbagliato».
Poi c'è la questione della fuga dell'8 aprile: dopo aver ucciso per la seconda volta, Feher fece perdere le proprie tracce scappando a piedi, dopo aver incrociato nel Mezzano tre carabinieri in borghese che gli intimarono di fermarsi, ma non fecero ricorso alle armi. Sul tema è stato aperto un fascicolo, conoscitivo da parte della Procura militare di Verona. Una decisione presa dopo gli articoli che riportavano il verbale dell'intervento dei militari.
«Non credo siano stati fatti errori, c'è stata sorpresa all'inizio ma, fin dall'inizio, tutto quello che è stato fatto è stato fatto con assoluta professionalità», aveva detto pochi giorni fa il comandante generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette. «Gli ultimi sviluppi - ha aggiunto ieri - dimostrano quanto sia pericoloso e che grosso peccato sia stato metterlo in libertà nel 2015, quando ancora doveva scontare degli anni di galera». (a.m.)
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