Caccia ai complici tra Austria e Ungheria
di Alessandra Mura
Al momento dell’arresto, l’assassino aveva quattro pistole, pc e tablet Gli investigatori spagnoli sperano di trovare tracce elettroniche preziose
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FERRARA. Le certezze sono poche. Gli interrogativi senza risposta sono ancora tantissimi. Igor/Norbert ha ucciso cinque persone, forse sei. Ha rapinato e stuprato. È riuscito a sfuggire a un’imponente caccia all’uomo e si è nascosto in Spagna dove è stato scovato casualmente e ha compiuto una carneficina prima di essere catturato. I punti fermi, almeno quelli noti, finiscono qui. Le domande aperte sono un lungo elenco che gli inquirenti ora cercheranno di spuntare, voce per voce, per colmare quel lungo vuoto che va dalla sparatoria del Mezzano dell’8 aprile all’arresto nella provincia di Teruel, in Aragona, nella notte tra il 14 e il 15 dicembre.
Otto mesi di latitanza ancora avvolti nel mistero, rischiarati solo da ipotesi e piste investigative ancora in attesa di conferme, e che difficilmente potranno arrivare dallo stesso Igor che, si apprende dai media spagnoli, non sta fornendo alcuna collaborazione. La procura di Bologna ha già chiesto il verbale dell’udienza di convalida dell’arresto che si terrà oggi in Spagna, e il pm titolare delle indagini a Bologna, Marco Forte, è in contatto con il magistrato spagnolo che oggi sarà presente in udienza per interrogarlo, ma dall’atteggiamento poco collaborativo dimostrato finora da Igor, è facile supporre che non parlerà.
Indizi preziosi potrebbero invece arrivare dagli oggetti che Igor aveva con sé durante la latitanza: cellulare, pc, tablet e chiavetta Usb e quattro pistole, materiale sequestrato grazie al quale gli investigatori potrebbero risalire a coloro che hanno fornito sostegno a Igor. Due armi sono quelle sottratte agli agenti della Guardia Civil uccisi, le altre due sono quelle sottratte alla guardia giurata aggredita a Consandolo il 30 marzo e all’agente di polizia provinciale Marco Ravaglia ferito gravemente nell’agguato dell’8 aprile costato la vita a Valerio Verri. Gli altri oggetti appartengono all’allevatore, terza vittima spagnola.
L’attenzione degli inquirenti è ora concentrata sulla rete di complici che potrebbe aver aiutato Igor/Norbert a uscire dall’Italia e ad arrivare in Spagna, e sul percorso seguito dal ricercato nella sua fuga. La procura di Bologna da mesi è al lavoro per stringere il cerchio attorno ai possibili fiancheggiatori del pluriomicida: già una decina le persone nel mirino, ma continua il lavoro per individuare i contatti che hanno coperto e protetto il criminale. Al vaglio anche le tracce lasciate dal fuggitivo mentre si trovava alla macchia. Nel corso dell’estenuante e massiccia caccia all’uomo che si è protratta per mesi nelle campagne dell’Argentano, le forze dell’ordine avevano trovato diversi segnali del suo passaggio, come covi e bivacchi dove il killer abbandonava scorte di cibo e altri oggetti: da qui la sollecitazione ai colleghi spagnoli di passare al setaccio la zona del triplice omicidio, El Ventorillo, e quella dell’arresto di Teruel.
La pista spagnola, rivelano ora gli inquirenti, si era affacciata già tra il delitto di Budrio e quello del Mezzano. La dritta era arrivata da Ivan Pajdek, ex complice di Igor nella banda delle rapine, che sentito in carcere dal pm Forte aveva detto: «Se scappa cercatelo in Spagna». Proprio in Spagna, quando era ancora ricercato “solo” per le rapine dell’estate 2015, Igor avrebbe trascorso un periodo mantenendosi come gigolò.
Prima ancora, quando stava scontando la condanna per alcuni colpi compiuti in solitaria nell’Argentano, Igor era in corrispondenza con due ragazze di Valencia, città che su Fb definiva “casa dolce casa”. Da un ex compagno di cella di Igor gli inquirenti bolognesi avevano avuto un’altra importante informazione circa un ulteriore possibile contatto di Igor in Spagna, e precisamente un trafficante di droga di Malaga che reclutava cittadini serbi come scagnozzi.
Ma quella spagnola non è l’unica pista aperta, così come resta irrisolto il mistero su come abbia fatto il braccatissimo Igor a lasciare l’Italia. Secondo alcune fonti confidenziali degli inquirenti, il killer potrebbe essersi “mimetizzato”, paradossalmente, tra i pellegrini diretti in pullman a Lourdes o a Medjugorie, un contrappasso così assurdo da apparire vero.
Concreta appare anche la pista austriaca, secondo la quale Igor riusciva a dare notizie di sé ai suoi familiari in Serbia attraverso un “ponte” di messaggi whatsapp che coinvolgeva un suo intermediario residente vicino a Vienna e un amico serbo che, avuta la missiva, si occupava di recapitarla personalmente, viaggiando in pullman, ai familiari di Feher. Che, sempre secondo gli investigatori, avrebbe avuto degli agganci anche in Ungheria.
In ogni caso, una rete che fin qui aveva funzionato con diabolica efficienza, abbastanza da sottrarre Igor al migliaio di uomini dei corpi speciali che per mesi hanno battuto palmo a palmo la zona dell’Argentano. C’è chi non ritiene improbabile che Igor, per allontanarsi dalla zona rossa, possa aver sfruttato il vantaggio di 24 ore prima che, lunedì 10 aprile, si aprisse la caccia all’uomo. Ma sulla permanenza del killer nel Ferrarese depongono indizi e testimonianze ritenute molto attendibili: quella del 26 aprile, quando alle 7 del mattino un giovane pakistano venne rapinato della bici in via Mongone, tra Consandolo e Marmorta, da un individuo malconcio, col viso tumefatto e i vestiti sporchi di sangue. Ancora, il 29 aprile, un tunisino riconobbe Igor in via Parata, nella zona già battuta dal killer per le sue rapine.
Otto mesi di latitanza ancora avvolti nel mistero, rischiarati solo da ipotesi e piste investigative ancora in attesa di conferme, e che difficilmente potranno arrivare dallo stesso Igor che, si apprende dai media spagnoli, non sta fornendo alcuna collaborazione. La procura di Bologna ha già chiesto il verbale dell’udienza di convalida dell’arresto che si terrà oggi in Spagna, e il pm titolare delle indagini a Bologna, Marco Forte, è in contatto con il magistrato spagnolo che oggi sarà presente in udienza per interrogarlo, ma dall’atteggiamento poco collaborativo dimostrato finora da Igor, è facile supporre che non parlerà.
Indizi preziosi potrebbero invece arrivare dagli oggetti che Igor aveva con sé durante la latitanza: cellulare, pc, tablet e chiavetta Usb e quattro pistole, materiale sequestrato grazie al quale gli investigatori potrebbero risalire a coloro che hanno fornito sostegno a Igor. Due armi sono quelle sottratte agli agenti della Guardia Civil uccisi, le altre due sono quelle sottratte alla guardia giurata aggredita a Consandolo il 30 marzo e all’agente di polizia provinciale Marco Ravaglia ferito gravemente nell’agguato dell’8 aprile costato la vita a Valerio Verri. Gli altri oggetti appartengono all’allevatore, terza vittima spagnola.
L’attenzione degli inquirenti è ora concentrata sulla rete di complici che potrebbe aver aiutato Igor/Norbert a uscire dall’Italia e ad arrivare in Spagna, e sul percorso seguito dal ricercato nella sua fuga. La procura di Bologna da mesi è al lavoro per stringere il cerchio attorno ai possibili fiancheggiatori del pluriomicida: già una decina le persone nel mirino, ma continua il lavoro per individuare i contatti che hanno coperto e protetto il criminale. Al vaglio anche le tracce lasciate dal fuggitivo mentre si trovava alla macchia. Nel corso dell’estenuante e massiccia caccia all’uomo che si è protratta per mesi nelle campagne dell’Argentano, le forze dell’ordine avevano trovato diversi segnali del suo passaggio, come covi e bivacchi dove il killer abbandonava scorte di cibo e altri oggetti: da qui la sollecitazione ai colleghi spagnoli di passare al setaccio la zona del triplice omicidio, El Ventorillo, e quella dell’arresto di Teruel.
La pista spagnola, rivelano ora gli inquirenti, si era affacciata già tra il delitto di Budrio e quello del Mezzano. La dritta era arrivata da Ivan Pajdek, ex complice di Igor nella banda delle rapine, che sentito in carcere dal pm Forte aveva detto: «Se scappa cercatelo in Spagna». Proprio in Spagna, quando era ancora ricercato “solo” per le rapine dell’estate 2015, Igor avrebbe trascorso un periodo mantenendosi come gigolò.
Prima ancora, quando stava scontando la condanna per alcuni colpi compiuti in solitaria nell’Argentano, Igor era in corrispondenza con due ragazze di Valencia, città che su Fb definiva “casa dolce casa”. Da un ex compagno di cella di Igor gli inquirenti bolognesi avevano avuto un’altra importante informazione circa un ulteriore possibile contatto di Igor in Spagna, e precisamente un trafficante di droga di Malaga che reclutava cittadini serbi come scagnozzi.
Ma quella spagnola non è l’unica pista aperta, così come resta irrisolto il mistero su come abbia fatto il braccatissimo Igor a lasciare l’Italia. Secondo alcune fonti confidenziali degli inquirenti, il killer potrebbe essersi “mimetizzato”, paradossalmente, tra i pellegrini diretti in pullman a Lourdes o a Medjugorie, un contrappasso così assurdo da apparire vero.
Concreta appare anche la pista austriaca, secondo la quale Igor riusciva a dare notizie di sé ai suoi familiari in Serbia attraverso un “ponte” di messaggi whatsapp che coinvolgeva un suo intermediario residente vicino a Vienna e un amico serbo che, avuta la missiva, si occupava di recapitarla personalmente, viaggiando in pullman, ai familiari di Feher. Che, sempre secondo gli investigatori, avrebbe avuto degli agganci anche in Ungheria.
In ogni caso, una rete che fin qui aveva funzionato con diabolica efficienza, abbastanza da sottrarre Igor al migliaio di uomini dei corpi speciali che per mesi hanno battuto palmo a palmo la zona dell’Argentano. C’è chi non ritiene improbabile che Igor, per allontanarsi dalla zona rossa, possa aver sfruttato il vantaggio di 24 ore prima che, lunedì 10 aprile, si aprisse la caccia all’uomo. Ma sulla permanenza del killer nel Ferrarese depongono indizi e testimonianze ritenute molto attendibili: quella del 26 aprile, quando alle 7 del mattino un giovane pakistano venne rapinato della bici in via Mongone, tra Consandolo e Marmorta, da un individuo malconcio, col viso tumefatto e i vestiti sporchi di sangue. Ancora, il 29 aprile, un tunisino riconobbe Igor in via Parata, nella zona già battuta dal killer per le sue rapine.
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