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Uno spietato camaleonte che elimina chi lo ostacola

di Andrea Scutellà
Uno spietato camaleonte che elimina chi lo ostacola

Il criminologo De Rosa traccia il profilo di un «cinico calcolatore privo di empatia» In 8 mesi di rocambolesca fuga il “lupo solitario” si è mosso come un fantasma 

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Siamo rimasti a guardare le “gesta” di Norbert Feher, noto come Igor Vaclavic, sospesi tra il fascino e il terrore. Otto mesi, cinque omicidi e centinaia di falsi avvistamenti dopo, quello che Walter Benjamin avrebbe chiamato il «grande delinquente» è in carcere. Una figura che secondo il filosofo tedesco «suscita la segreta ammirazione popolare» non «per le sue azioni, ma per la violenza di cui testimoniano le possibilità». È il lupo solitario che insorge contro lo stato di diritto e, con la lunga scia di sangue che si lascia alle spalle mentre ottocento uomini addestrati lo inseguono senza successo, ne mette in discussione le fondamenta. E noi, impietriti, restiamo incollati agli schermi e, appena distogliamo lo sguardo, avvistiamo il suo fantasma nella boscaglia.

La storia criminale di Igor/Ezechiele/Norbert inizia nel 2007 quando rapina degli agricoltori minacciandoli con arco e frecce. Viene arrestato dopo una fuga rocambolesca, resta in carcere tre anni con tanto di espulsione notificata, ma il provvedimento non sarà mai eseguito. Una volta fuori riprende le rapine nel Ferrarese, mimetizzandosi tra i canali e le campagne che conosce come una volpe.

E come una volpe può capitare che cada nelle trappole dei cacciatori: viene arrestato di nuovo, ma con un’astuzia uscirà per buona condotta nel 2015. In carcere si comporta da detenuto modello. «Non ha mai sgarrato – dirà di lui don Antonio Bentivoglio, cappellano del carcere di Ferrara – ha sempre seguito il regolamento carcerario. Lo chiamavo per fare le pulizie della chiesa, era bravo in cucina». Non solo, partecipa con successo ai corsi professionali, al catechismo e al coro organizzato all’interno dell’istituto, nel tempo libero si dedica allo yoga. Intanto alimenta il suo mito: racconta ai compagni di cella di essere un disertore dell’esercito russo, addestrato militarmente.

Niente di più falso: Igor Vaclavic è in realtà un criminale serbo di nome Norbert Feher. «Non abbiamo elementi clinici per dedurre la sua personalità - spiega lo psichiatra e criminologo Corrado De Rosa -, possiamo valutare solo i comportamenti e nulla ci dice che in tutta questa sua vicenda ci sia un’alterazione dell’esame di realtà».

Insomma, Norbert Feher non è un folle. «Prendiamo il caso del killer del tallio - prosegue De Rosa -, lì c’è un pensiero delirante. In Feher invece non sembra esserci una storia di malattia mentale, ma semplicemente il male». Lo abbiamo chiamato “lupo solitario”, ma davvero solo Feher non è mai stato del tutto. Almeno a livello di “contatti”. Gli inquirenti hanno più volte fatto riferimento a una rete che lo avrebbe aiutato a nascondersi nel Ferrarese e, in seguito, nella fuga all’estero.

«Che lui avesse una grande capacità di mimetizzazione - spiega ancora De Rosa - è un tratto tipico della psicopatia, perché lo psicopatico non è lo psicotico, non è il matto, ma agisce perché lui viene prima di tutto il resto. Non riesce a considerare l’altro, gli manca del tutto l’empatia. L’elemento dominante di questa storia è che lui utilizza le persone in modo strumentale. A livello superficiale ha una capacità innata di entrare in contatto con gli altri: lo psicopatico è un brillante, un manipolatore, uno con un fascino superficiale. Ma è anche cinico e calcolatore, non sta alle regole sociali e bada solo ai suoi bisogni».

Per questo Feher tira dritto per la sua strada, fino alla cattura. Uccide chi lo ostacola senza remore, mente a chi gli è vicino, poi scompare nella nebbia. Ricorda un altro bandito solitario che suscitò grande clamore mediatico, il “lupo” Luciano Liboni. Anche lui riparava boscaglia, in questo caso umbro-laziale, per sfuggire allo sguardo delle autorità. Quando incontrò per caso in un bar l’appuntato scelto dei carabinieri Alessandro Giorgioni, non si fece remore a sparare e a ucciderlo. Proprio come ha fatto Igor con la guardia ecologica volontaria Valerio Verri. Tuttavia il serbo, quando ha compreso che la fuga era finita, si è arreso alla polizia spagnola. Mentre il lupo, accecato dall’odio per le divise, ha continuato a dimenarsi anche quando è stato ammanettato davanti al Circo Massimo a Roma. E in quello scontro a fuoco ha trovato la morte.



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