«Spero non abbia ucciso usando la mia pistola»
Marco Ravaglia, l’agente provinciale ferito da Igor, dopo il sequestro delle armi «È un altro colpo da metabolizzare, ma da venerdì non temo più di rincontrarlo»
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Quando è stato catturato, Igor aveva con sé quattro pistole, ed è molto probabile che tra le armi sequestrate dagli inquirenti spagnoli ci sia anche quella sottratta a Marco Ravaglia, l’agente provinciale ferito gravemente nella sparatoria dell’8 aprile nel Mezzano, dove rimase ucciso il suo collega Valerio Verri, guardia ecologica volontaria.
«Spero solo che non abbia usato proprio la mia arma per uccidere altre tre persone», è il primo pensiero di Ravaglia non appena viene informato del recupero delle pistole. Lo raggiungiamo ieri mattina al Cus Ferrara dove, seconda linea cussina di fine anni ’70, era stato invitato a consegnare le maglie alla squadra Under 14 di rugby prima del match con il Badia.
«Con la cattura del killer, sono tornato indietro di otto mesi. È stata una giornata catartica e insieme dolorosa ma venerdì sera, per la prima volta da aprile, ho smesso di guardarmi intorno cercando un covo, un rifugio, ho smesso di temere di vederlo saltar fuori per finire quello che aveva cominciato». Venerdì, man mano che le informazioni sulla svolta spagnola del caso Igor diventavano più certe e definite, Ravaglia ha cominciato a ricevere telefonate e messaggi che si sono protratti per l’intera giornata.
Dopo la notizia dell’arresto, quella del ritrovamento delle armi è stato il secondo colpo da dover metabolizzare. «Spero che non abbia usato proprio la mia pistola per sparare a quelle povere persone», ribadisce Ravaglia, mentre accanto a lui la moglie Cinzia racconta: «Io in tutto questo tempo ero rimasta convinta che Igor fosse ancora in Italia, anzi che fosse rimasto nei paraggi. Per tante volte, quando cominciava a far buio, ho avuto paura che tornasse. Solo saperlo in carcere ci rassicura, e adesso deve essere fatta giustizia per tutto il male e il dolore che ha procurato a tante persone».
Ravaglia si è salvato dalla furia di Igor fingendosi morto, ma i segni di quel terribile agguato sono ancora ben visibili e la strada della riabilitazione, per l’agente provinciale, è ancora lunga. Anche per questo ieri il Cus lo lo ha voluto come testimonial di un messaggio da trasmettere ai giovani atleti: quello di resistere e di tenere duro di fronte alle avversità, in campo ma soprattutto nella vita. (a.m.)
«Spero solo che non abbia usato proprio la mia arma per uccidere altre tre persone», è il primo pensiero di Ravaglia non appena viene informato del recupero delle pistole. Lo raggiungiamo ieri mattina al Cus Ferrara dove, seconda linea cussina di fine anni ’70, era stato invitato a consegnare le maglie alla squadra Under 14 di rugby prima del match con il Badia.
«Con la cattura del killer, sono tornato indietro di otto mesi. È stata una giornata catartica e insieme dolorosa ma venerdì sera, per la prima volta da aprile, ho smesso di guardarmi intorno cercando un covo, un rifugio, ho smesso di temere di vederlo saltar fuori per finire quello che aveva cominciato». Venerdì, man mano che le informazioni sulla svolta spagnola del caso Igor diventavano più certe e definite, Ravaglia ha cominciato a ricevere telefonate e messaggi che si sono protratti per l’intera giornata.
Dopo la notizia dell’arresto, quella del ritrovamento delle armi è stato il secondo colpo da dover metabolizzare. «Spero che non abbia usato proprio la mia pistola per sparare a quelle povere persone», ribadisce Ravaglia, mentre accanto a lui la moglie Cinzia racconta: «Io in tutto questo tempo ero rimasta convinta che Igor fosse ancora in Italia, anzi che fosse rimasto nei paraggi. Per tante volte, quando cominciava a far buio, ho avuto paura che tornasse. Solo saperlo in carcere ci rassicura, e adesso deve essere fatta giustizia per tutto il male e il dolore che ha procurato a tante persone».
Ravaglia si è salvato dalla furia di Igor fingendosi morto, ma i segni di quel terribile agguato sono ancora ben visibili e la strada della riabilitazione, per l’agente provinciale, è ancora lunga. Anche per questo ieri il Cus lo lo ha voluto come testimonial di un messaggio da trasmettere ai giovani atleti: quello di resistere e di tenere duro di fronte alle avversità, in campo ma soprattutto nella vita. (a.m.)
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