Ex dirigenti a processo per l’aumento di capitale
di Daniele Predieri
Ieri la decisione del giudice per 12 imputati dopo tre mesi di udienza preliminare Nel 2011 furono raccolti in modo illecito 150 milioni dai risparmiatori ferraresi
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E adesso il processo, per il crac Carife legato all’aumento di capitale. Per gli inganni – come sostiene l’accusa – della dirigenza Carife, epoca 2011, che rastrellò in tutta la provincia 150 milioni di euro dai risparmiatori ferraresi, truffandoli, impoverendo migliaia di famiglie che oggi si ritrovano con le azioni azzerate, pezzi di carta che non valgono più nulla. Queste le accuse mosse da procura e guardia di finanza che prima hanno chiesto il processo e ieri lo hanno ottenuto. In una manciata di minuti appena, il gup Piera Tassoni ha detto che sì, il processo al crac Carife si deve fare contro tutti i 12 imputati selezionati dopo 3 anni di indagini e oltre tre mesi di udienza preliminare: tutti in aula, dunque, il 18 giugno prossimo quando verrà messa a fuoco una delle operazioni economiche più controverse di vecchia Carife, contestate alla vecchia dirigenza della banca che oggi non esiste più.
Nei tre mesi di udienze si sono avvicendati i magistrati (pm Stefano Longhi e procuratore reggente Patrizia Castaldini), gli avvocati dei rispiarmatori costituiti in 1352 e i legali delle difese: fino a ieri quando si è conclusa la prima tappa per arrivare alla verità sull’aumento di capitale da 150 milioni di euro, lanciato nel 2011 dalla dirigenza di allora. Un processo che verte su una serie di reati – falso in prospetto, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza (di Consob e BankItalia) e bancarotta patrimoniale – contestati a vario titolo agli ex vertici di Carife dell’epoca: tra i primi i dirigenti, Sergio Lenzi, presidente e Daniele Forin, direttore generale. Poi i due “tecnici”, Davide Filippini e Michele Sette (direttori settori Finanza e Bilancio) accusati di aver redatto gli atti dei prospetti falsi e il responsabile della società revisione Deloitte & Touche, Michele Masini. Con loro, gli altri imputati rinviati a giudizio sono legati allo scambio di azioni tra Carife e banche, ritenuto illecito e che ha portato – per l’accusa accolta dal giudice – alla bancarotta patrimoniale per fittizietà del patrimonio: Paolo Govoni (responsabile di Carife Sei) e Teodorico Nanni, (Banca credito di Romagna), società usate per triangolare lo scambio di azioni. E quindi i vertici della banca Valsabbina di Brescia, Ezio Soardi e Spartaco Gafforini e per Caricesena, Germano Lucchi e Maurizio Teodorani e Adriano Gentili, che parteciparono appunto allo scambio di azioni per 15 milioni prima comprando le azioni offerte da Carife, poi rientrando con lo scambio, delle stesse cifre.
La decisione del giudice ha preso atto delle tesi dell’accusa smentendo i rilievi delle difese sulla bancarotta patrimoniale, contestata per fittizietà di patrimonio, visto che tutte le difese chiedevano in modo netto il proscioglimento per l’insussistenza del reato.
Secondo l’accusa Carife per raggiungere la quota di 150 milioni di euro, imposta da Bankitalia, arrivò ad inventare l’operazione con le banche esterne. Lo fece perché la Fondazione Carife, garante in un primo momento per raggiungere la quota, si tirò indietro e scattarono così i contatti con le altre banche (Popolare di Bari e di Cividale, indagate e poi escluse dai reati, ma ugualmente scambiarono azioni). Il giro tra Carife, CariCesena e Valsabbina ammonta a 15 milioni di euro (sui quali è pendente il sequestro) tra azioni comprate e poi rientrate. Perché tutto questo? Perché se Carife non avesse raggiunto la quota imposta da Bankitalia, vista la assoluta difficoltà della banca cittadina questa sarebbe stata commissariata allora, 2011: Bankitalia ritardò di due anni. E nel 2013, tutte le irregolarità vennero a galla.
Nei tre mesi di udienze si sono avvicendati i magistrati (pm Stefano Longhi e procuratore reggente Patrizia Castaldini), gli avvocati dei rispiarmatori costituiti in 1352 e i legali delle difese: fino a ieri quando si è conclusa la prima tappa per arrivare alla verità sull’aumento di capitale da 150 milioni di euro, lanciato nel 2011 dalla dirigenza di allora. Un processo che verte su una serie di reati – falso in prospetto, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza (di Consob e BankItalia) e bancarotta patrimoniale – contestati a vario titolo agli ex vertici di Carife dell’epoca: tra i primi i dirigenti, Sergio Lenzi, presidente e Daniele Forin, direttore generale. Poi i due “tecnici”, Davide Filippini e Michele Sette (direttori settori Finanza e Bilancio) accusati di aver redatto gli atti dei prospetti falsi e il responsabile della società revisione Deloitte & Touche, Michele Masini. Con loro, gli altri imputati rinviati a giudizio sono legati allo scambio di azioni tra Carife e banche, ritenuto illecito e che ha portato – per l’accusa accolta dal giudice – alla bancarotta patrimoniale per fittizietà del patrimonio: Paolo Govoni (responsabile di Carife Sei) e Teodorico Nanni, (Banca credito di Romagna), società usate per triangolare lo scambio di azioni. E quindi i vertici della banca Valsabbina di Brescia, Ezio Soardi e Spartaco Gafforini e per Caricesena, Germano Lucchi e Maurizio Teodorani e Adriano Gentili, che parteciparono appunto allo scambio di azioni per 15 milioni prima comprando le azioni offerte da Carife, poi rientrando con lo scambio, delle stesse cifre.
La decisione del giudice ha preso atto delle tesi dell’accusa smentendo i rilievi delle difese sulla bancarotta patrimoniale, contestata per fittizietà di patrimonio, visto che tutte le difese chiedevano in modo netto il proscioglimento per l’insussistenza del reato.
Secondo l’accusa Carife per raggiungere la quota di 150 milioni di euro, imposta da Bankitalia, arrivò ad inventare l’operazione con le banche esterne. Lo fece perché la Fondazione Carife, garante in un primo momento per raggiungere la quota, si tirò indietro e scattarono così i contatti con le altre banche (Popolare di Bari e di Cividale, indagate e poi escluse dai reati, ma ugualmente scambiarono azioni). Il giro tra Carife, CariCesena e Valsabbina ammonta a 15 milioni di euro (sui quali è pendente il sequestro) tra azioni comprate e poi rientrate. Perché tutto questo? Perché se Carife non avesse raggiunto la quota imposta da Bankitalia, vista la assoluta difficoltà della banca cittadina questa sarebbe stata commissariata allora, 2011: Bankitalia ritardò di due anni. E nel 2013, tutte le irregolarità vennero a galla.
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