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Il Palazzo delle Saline dopo trent’anni tornerà a nuova vita

Il Palazzo delle Saline dopo trent’anni tornerà a nuova vita

Viaggio nell’edificio dismesso dai Monopòli nel 1984 La struttura sarà la terza sede operativa della società Clara

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COMACCHIO. I corridoi polverosi, le striature alle pareti provocate da infiltrazioni di acqua piovana, i segni di sgretolamento del soffitto in canne e gesso documentano l’inesorabile scorrere del tempo in un palazzo, attorno al quale, nel secolo scorso è ruotata l’economia del sale.

Il Palazzo delle Saline di via Edgardo Fogli nelle scorse settimane ha eccezionalmente spalancato i suoi magnifici portoni lignei in stile liberty, per mostrarsi agli occhi di una sessantina di tecnici, che si sono messi in gioco nel concorso di idee finalizzato al suo recupero. Da “Direzione delle Saline”, dismessa dai Monopoli di Stato nel 1984, l’edificio, che si connota per uno stile eclettico, intrecciando liberty e neogotico, si appresta a divenire la terza sede operativa della società Clara, dopo quelle di Copparo e Cento.

Ad accompagnarci in una avventurosa esplorazione del palazzo, sconosciuto anche ai comacchiesi più giovani, Vito Fogli, funzionario di zona della società Clara e Luigi Luciani, detto Gibo, custode dell’edificio per oltre vent’anni.

Varcata la soglia d'ingresso, ci si lascia ipnotizzare dal corpo scala intercalato da lunghi corridoi e dalla raffinatezza di finestre a sesto acuto, affiancate da una torretta interna. Il manufatto altro non è che l’escamotage per occultare la macchina da proiezione del cinematografo, presente all’interno del teatrino. Proprio così, perché la Direzione delle saline era un micro-cosmo perfettamente funzionante, dove le attività ludico/ricreative e culturali del Cral si integravano armoniosamente con quelle professionali.

«Il direttore, che svolgeva le proprie funzioni prevalentemente a Cervia - ha spiegato Luigi Luciani, l’ex custode -, si recava qui una volta alla settimana ed il suo appartamento al primo piano era occupato dalla famiglia del commissario. Insieme a me che svolgevo attività di custode e guardiano armato, ma anche di autista e cuoco della mensa, lavoravano qui negli uffici cinque o sei dipendenti».

Nel corridoio del primo piano ad una parete compare ancora la sagoma dell’orologio marcatempo con i nomi degli impiegati e dei 42 operai in servizio in salina. Scrutando tra stanze avvolte nel buio, in un angolo si può scorgere una vecchia cassaforte a baule in ferro, quella dell’ufficio economato. Dal tetto a terrazza gli occhi dominano l’orizzonte, che su un lato sconfina nella valle Fattibello e sull’altro in un crocicchio di campanili della Comacchio secentesca, sino a cogliere la sagoma imponente della concattedrale.

L’edificio è articolato su 1200 metri quadri, oltre agli 800 metri quadri scoperti, caratterizzati da un giardino che si affaccia su via Monsignor Manfrini, sino agli anni ’80 ingentilito da fontane con lapilli d’acqua e da un gazebo in stile liberty, al servizio dell’appartamento del direttore.

Proprio dal giardino si accede sia all’abitazione del custode, che al teatrino all’interno dal quale svetta ancora una scenografia allestita pronta per uno spettacolo. In fondo all’ampia platea il bar, dove sono rimaste le ultime bottiglie di sambuca (vuote), bustine di tè e bicchieri. A fianco due ampie sale evocano epiche partite a biliardo.

«Il Cral è rimasto attivo sino al 1996 - ha aggiunto l’ex custode - per le famiglie dei dipendenti, poi anche quello è stato chiuso». Anche la sala mensa, aggredita dalla polvere e dall’incuria, si presenta come un luogo dell’abbandono pronto a ripartire, con la sua batteria di pentole, con le griglie adagiate sul camino, piatti e stoviglie tutti al loro posto nella credenza.

Katia Romagnoli

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